GIOVANNI PAOLO II: L’UOMO DEVE RITROVARE IL SENSO DEL “LIMITE”

“Noi siamo sempre pellegrini e ospiti sulla terra”, perché la vita umana è una “tenda” e ciascuno di noi deve “ritrovare la consapevolezza dei propri limiti”. Commentando, oggi, cantico di Ezechia, il Papa, nella consueta udienza del mercoledì, ha invitato i fedeli presenti a “riflettere sulla nostra fragilità di creature”. “Bisogna ritrovare la consapevolezza del nostro limite – ha detto Giovanni Paolo II, sapere che gli anni della vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto e noi ci dileguiamo’”, come recita il Salmo 89. Il Signore, ha aggiunto però il Pontefice, “non resta indifferente alle lacrime del sofferente e, sebbene per vie che non sempre coincidono con quelle delle nostre attese, risponde, consola e salva”. Ecco perché è ancora attuale l’invito di Ezechia, che alla fine del cantico invita “tutti a sperare, a pregare, ad aver fiducia, nella certezza che Dio non abbandona le sue creature”. Un messaggio, questo, che per il Papa “acquista una nuova tonalità”, se viene inserito nel cammino quaresimale che la Chiesa sta vivendo, in attesa della Pasqua. Se la morte, infatti, nella concezione di Israele “introduceva in un orizzonte sotterraneo, ove la luce si spegneva, l’esistenza si attenuava e si faceva quasi spettrale, il tempo si fermava, la speranza si estingueva e soprattutto non si aveva più la possibilità di invocare e incontrare Dio nel culto”, già nei salmi, ha sottolineato Giovanni Paolo II, “si aprivano grandi squarci di luce, quando l’orante proclamava la sua certezza che ‘tu non abbandonerai la mia vita nel sepolcro'”. In virtù della Pasqua e della vittoria di Cristo sulla morte, il “canto orante del cristiano”, ha concluso il Santo Padre, deve risuonare, con la stessa costanza e serenità, nella tenebra della notte e della prova come nella luce del giorno e della gioia”.