NOTA SETTIMANALE

Pubblichiamo il testo integrale della nota Sir di questa settimana – Nanni Moretti è stato capace di fare notizia. Ma il suo intervento a piazza Navona, oltre a riaprire il dibattito sulle complesse prospettive dell’opposizione dopo quasi un anno di legislatura, solleva anche un tema che pareva appunto confinato nella storia, dallo stesso Moretti più volte rivisitata, degli ultimi decenni del secolo scorso.
Eppure il tema del rapporto cultura e politica non riguarda trasversalmente tutte le forze politiche. Di più. Si è ritornati su questo crinale nelle ovattate riunioni dell’esclusiva Associazione Il Mulino. Ed è imminente il XXII convegno Bachelet, organizzato dall’Azione Cattolica come segno di una lunga tradizione di riflessione e di impegno che oggi se possibile acquista maggiore urgenza e spessore. Sempre per restare in ambito cattolico al recente Consiglio Permanente della Cei si è discusso del futuro delle Settimane sociali, un contenitore che potrebbe diventare prezioso nei prossimi anni, anche alla luce di un dato ormai acquisito: i problemi sociali e politici, la dottrina sociale non rappresentano un elemento estrinseco, ma un aspetto di quella questione antropologica, cioè quel domandarsi chi è l’uomo, quale è il futuro dell’uomo, cruciale oggi per tutti.
Certo nulla è come prima. I cambiamenti che di solito poniamo sotto la semplificata etichetta della globalizzazione hanno trasformato la politica, hanno riposizionato le forme della rappresentanza e della partecipazione. I buoni vecchi, rassicuranti schemi stato/società civile o stato/mercato si sono progressivamente sfarinati, travolti dal pluralismo istituzionale e dalla competizione interistituzionale. Come gli schemi della partecipazione partitica, travolti ben prima di Tangentopoli dalla professionalizzazione e dalla “videopolitica”.
Proprio per questo è necessario tornare a riflettere, tornare ad interrogarsi, tornare ad impegnarsi. Con una certa ambizione, con chiari riferimenti etici e senza la nevrosi degli schieramenti politici in senso stretto. Che collochi in un orizzonte ampio gli essenziali riferimenti nazionale e locale.
Ci si potrebbe cominciare a chiedere perché le ipotesi di cui oggi si discute, che siamo cioè in una fase di sviluppo, anche nel quadro “neo-imperiale” della globalizzazione, di una “democrazia diffusa”, attraverso la moltiplicazione delle istituzioni e il conseguente sviluppo di meccanismi di responsabilità, siano così lontane dalla nostra percezione quotidiana.
Cominciare a rispondere implica nuove forme di intelligenza degli avvenimenti e coraggiosi investimenti. Un’agenda per i prossimi anni.