“Sono contento per questo incontro benedetto. Speriamo di celebrare insieme la prossima Pasqua a Gerusalemme’. Con queste parole Yasser Arafat ha salutato e ringraziato i giovani della delegazione Cei che sabato gli hanno consegnato la lampada della pace di Assisi. Il gruppo – 25 ragazzi provenienti da diverse regioni italiane, in rappresentanza di associazioni e movimenti – e’ stato ricevuto nel quartier generale di Ramallah dove il leader palestinese e’ di fatto recluso dall’inizio di dicembre. ‘Per il mio popolo spero una pace giusta e totale’, prosegue Arafat. ‘Chiedo a Giovanni Paolo II di continuare la sua missione per difendere la pace’. Nel pomeriggio i giovani hanno avuto uno scambio di esperienze con i coetanei palestinesi di una parrocchia greco-cattolica di Ramallah, The Holy Family Church. ‘E’ impossibile parlare di pace fino a quando ci sarà l’occupazione’, dice Albeit, 24 anni, lavora in banca. ‘Non riusciamo ad avere una vita normale, non possiamo pianificare la giornata. Viviamo al momento’. ‘Non abbiamo bisogno di parole ma di azioni’, aggiunge Kalil, 26 anni. ‘Tornate nelle vostre comunità e parlate di quello che avete visto. Molti in Europa non sanno neanche che qui ci sono cristiani’. La realtà dei kamikaze, i giovani palestinesi che si fanno saltare, li tocca da vicino. ‘E’ l’unico modo che i palestinesi hanno per difendersi, usare il proprio corpo’, dice Charlie. ‘Spesso e’ il disagio, la povertà, l’assenza di prospettive a spingerli verso questi gesti estremi’. ‘Il problema non e’ la convivenza tra fedi diverse’, incalza Khalil, ‘ma la possibilità di vivere in pace e in libertà’. ‘Molti di noi vanno a studiare all’estero e poi ci rimangono per lavorare. Qui non ci sono prospettive e il lavora manca’, continua Albeit. Tarek ha 22 anni, e’ un giovane musulmano di Ramallah. Studia per diventare un ‘leader’, un politico, per il suo popolo. Si aggrega al gruppo cattolico. ‘Molti miei amici sono stati uccisi dagli israeliani. Anche mio cugino è morto all’inizio dell’intifada. E’ difficile accettare che una persona possa farsi esplodere. Il problema non è morire ma difendere le proprie radici. Per alcuni vuol dire combattere. Io credo in una soluzione politica”.