Anche se il rapporto fra pastori e psicoterapeuti “non è mai stato facile”, è urgente superare il “falso dilemma” che oppone la religione alla psicanalisi. E’ quanto scrive Carlo Bresciani, sull’ultimo numero di “Famiglia oggi”, dedicato in particolare alla psicoterapia famigliare. Tra le persone impegnate nella pastorale familiare, osserva l’autore dell’articolo, “alcune hanno attese certamente esagerate rispetto alle effettive possibilità di aiuto che la psicoterapia può dare, altre esprimono un rifiuto pressoché globale”. Spesso, per Bresciani, il prete che si occupa di pastorale “non sa che cosa fare di fronte a un matrimonio in crisi o a una coppia in difficoltà relazionale. Conosce molto bene quale sia, dal punto di vista dogmatico, canonistico e morale, la dottrina della Chiesa sul matrimonio e si sente pronto a ribadirla con convinzione. Avverte però una incapacità ad entrare nelle problematiche relazionali e conflittuali della coppia e, quindi, delega semplicemente il tutto allo psicoterapeuta”. Il prete, al contrario, che rifiuta la psicoterapia lo fa perché ritiene che essa suggerisce “con troppa disinvoltura la dissoluzione del vincolo matrimoniale come risposta ai problemi relazionali con il coniuge”. In realtà, è la tesi dell’autore dell’articolo, la presunta “alternativa” tra fede e psicanalisi è un “falso dilemma” che va superato, nella comunità cristiana, attraverso “una concezione dinamica del matrimonio e della famiglia”. Tutto ciò, precisa Bresciani, che “non significa accettare forme di relativismo morale, ma prendere atto che il sacramento celebrato è il punto di partenza di una crescita insieme, non necessariamente lineare priva di conflittualità e di momenti critici” e che la convivenza matrimoniale “può aver bisogno di molteplici aiuti e sostegni”.