Francesco d’Assisi, un “vero maestro di sapienza cristiana” che “non insegnava semplicemente con le parole, ma con un’ammirevole armonia tra parole e vita”. Di qui “il messaggio oggi ad ogni francescano: l’efficacia del vostro specifico apostolato non dipende dalle parole, ma dall’armonia tra le parole e la vita”. Una spiritualità “dal cui rinvigorimento dipenderà in gran parte la vostra capacità di concorrere al rinnovamento della Chiesa”; il tempo attuale “infatti, con il suo secolarismo, non ha un minore bisogno di genuina testimonianza, di operosità” e “di segni di speranza” del secolo XIII. Così il prefetto della Congregazione per l’educazione cattolica, card. Zenon Grocholewski, si è rivolto ai partecipanti al convegno internazionale “Verba Domini mei” che si è aperto ieri a Roma (Pontificio Ateneo Antonianum, fino al 12), promosso a venticinque anni dall’edizione critica degli scritti di Francesco d’Assisi curata da padre Kajetan Esser. “Parole vive – li ha definiti il ministro generale dell’Ordine dei frati minori, padre Giacomo Bini – che ci stimolano ancora oggi a dare anche alle nostre parole un contenuto di vita per far irrompere la trasparente verità del Vangelo” e che “esprimono il vero volto del Santo”. Secondo Attilio Bartoli Langeli, docente di paleografia all’Università di Padova, è sorprendente quanto Francesco, “laico e illetterato, abbia scritto e abbia fatto scrivere”. Lo studio sui suoi scritti non è dunque soltanto “esercizio filologico per acquisire nuovo spessore interpretativo, ma ne documenta anche l’ansia missionaria ed evangelizzatrice”.