“Sette mesi fa ci siamo ritrovati qui per prendere commiato da 118 nostri fratelli periti nel terribile disastro aereo di Linate. Ed ora ci ritroviamo per un altro fatto gravissimo, per piangere le vittime Alessandra e Anna Maria e per dare conforto ai molti feriti di un incidente aereo che avrebbe potuto avere proporzioni anche più spaventose, che ha violato un simbolo della nostra città e regione e ci ha fatto prendere coscienza una volta di più di quanto siamo fragili e vulnerabili anche nella nostra presunta sicurezza”. Così il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, ha aperto oggi la sua omelia durante la solenne celebrazione funebre in Duomo per le due vittime dello schianto del grattacielo Pirelli. L’arcivescovo ha espresso “vicinanza ai feriti” e “riconoscenza a quanti si sono prodigati con esemplare prontezza e con grande coraggio all’opera immediata di soccorso”. “Viviamo, in particolare dall’11 settembre scorso, col crescere della violenza in Medio Oriente, con la percezione delle ingiustizie che si consumano in tante parti del pianeta, col rinascere tra noi di rigurgiti di terrorismo e oggi con questa angoscia di morte di cui ancora sono ignote le ultime cause, momenti particolarmente drammatici della nostra storia, dove l’assurdità sembra avere il sopravvento e cresce un senso doloroso di impotenza e di angoscia”, ha osservato il cardinale. Ma il Vangelo, ha sottolineato, è “una parola che invita a non puntare soltanto il dito contro altri, a non cercare solo altrove le cause dei nostri mali, a non rinchiudersi nel proprio egoismo di persone finora risparmiate da simili catastrofi, ma a prendere la nostra parte di solidarietà con tanti dolori del mondo, riconoscendo che ciascuno di noi, almeno con la sua parte di indifferenza, di egoismo e di preoccupazione eccessiva di sé, contribuisce ad aumentare questi dolori e ingiustizie o almeno non si fa carico abbastanza di diminuirli e di contrastarli”. “La tragedia del Pirellone – ha concluso – ha mostrato che nel moltiplicarsi delle sofferenze si moltiplica anche lo sforzo di solidarietà. Questi morti innocenti che qui piangiamo ci richiamano quindi a quella solidarietà più universale dalla quale soltanto è possibile sperare un futuro di pace”.