“Molti giovani desiderano orientare la propria vita alla luce della presenza di Gesù e quindi anche del suo perdono, ma non sono capaci di trovare la strada giusta, non hanno chi li aiuti a riflettere sulla propria vita per individuarne gli errori; un compito oggi realmente prezioso di fronte allo smarrimento del senso del peccato”. Lo ha detto il vice assistente ecclesiastico generale dell’Azione cattolica italiana ed esperto di pastorale giovanile, mons. Domenico Sigalini, commentando la lettera apostolica “Misericordia Dei” su alcuni aspetti della celebrazione del sacramento della penitenza, presentata stamani in Vaticano. Rievocando, in un’intervista che apparirà sul prossimo numero del Sir, le confessioni svoltesi al Circo Massimo durante la Gmg del 2000 in “un clima carico di straordinaria tensione spirituale”, il sacerdote afferma l’importanza che “il sacramento della penitenza sia per i ragazzi un gesto ‘umano’ che rientra all’interno delle loro normali relazioni di vita. E’ ovvio – precisa – che si tratta di un discorso di fede, ma anche di un atto che deve inscriversi in un dialogo autentico attraverso il quale il giovane, consapevole di trovarsi alla presenza di Dio, possa ritrovare la ‘bussola’ della propria esistenza”. “Sono d’accordo con il Papa – prosegue mons. Sigalini – quando afferma che il presbitero non deve ridurre la confessione ad una chiacchierata tra amici; deve anzi esprimere con dei segni ben precisi il proprio ruolo di rappresentante della comunità che agisce in nome di Cristo. Di qui l’importanza di simboli che indichino la ‘sacralità’ del gesto, che aiutino ad andare oltre il visibile per entrare in contatto con il trascendente”. Di fronte ai molti ragazzi che “ritengono inutile la confessione e sufficiente il pentimento davanti a Dio” mons. Sigalini afferma l’urgenza di “ricostruire il senso del peccato e ridimensionare l’onnipotenza dell’uomo che ritiene di poter curare da sé le proprie ferite”; ma è anche necessario, aggiunge, “che i preti si mettano a disposizione dei ragazzi” adeguando, secondo l’invito del Papa, “i nostri orari ai ritmi delle loro giornate” e sappiano motivare la confessione “non con il timore del castigo, ma con la bellezza di un amore che è stato tradito e con l’affetto infinito del Padre che non si stanca mai di accogliere”.