ASSEMBLEA CEI: RICCARDI, LA SUA STORIA NON È SOLO “UN ASSESTAMENTO DI POTERI”

“La storia della Cei non è solo un assestamento di poteri, bensì la costruzione di un soggetto ecclesiale in Italia”. Lo ha detto Andrea Riccardi, docente di storia contemporanea all’Università “Roma Tre”, parlando ieri sera ai vescovi riuniti per il 50° di attività della Cei, al termine della prima giornata di lavori della XLIX Assemblea generale. “Con la Cei, nell’Italia delle cento città e delle tante temperature regionali e locali, si disegna il profilo nazionale della Chiesa”, prima “in gran parte rappresentato dal papa e dalle organizzazioni cattoliche”, ha proseguito Riccardi: “in una società mutata, comincia ad affermarsi un soggetto unitario, con una sua voce nazionale da una parte e, dall’altra, con proposte pastorali alle Chiese locali. Con la Cei, comincia a sorgere il profilo specifico della Chiesa in Italia a fronte della società italiana. La storia di questo profilo nazionale è anche quella della Cei, specie negli ultimi decenni”. Secondo Riccardi, il periodo di “fondazione” della Cei non si limita agli anni Cinquanta, ma copre gli anni che vanno dal 1952 al 1978, un quarto di secolo e tre pontificati. Centrali e ancora attuali, in particolare, i quindici anni di storia della Cei sotto il pontificato di Paolo VI: sono gli anni del dopo-Concilio, ha ricordato il relatore, in cui Paolo VI “vuole evitare marcate differenziazioni” tra gli atteggiamenti assunti dalle diocesi “costruendo un profilo pastorale unitario e, allo stesso tempo, realizzando una più dinamica presenza nella società”. “Dare un nuovo spessore pastorale alle Chiese italiane” significa per la Cei, negli anni settanta, fare dell’evangelizzazione “la scelta della Chiesa italiana”. Per Paolo VI, ha aggiunto il relatore, bisogna “operare per un rinnovamento della cultura dei cattolici, in forte crisi”, e soprattutto “procedere uniti”, come Papa Montini raccomanda ai vescovi nel 1964, identificando in questo imperativo il compito della Cei. Fino al primo Convegno ecclesiale nazionale (“Evangelizzazione e promozione umana”, 1974), a partire dal quale – ha concluso Riccardi – è cominciata a maturare la coscienza che “l’evangelizzazione non è una riforma da attuare, ma una dimensione di perenne riproposizione del Vangelo in una società che è cambiata”.