“Porto Marghera è una ferita aperta nel tessuto cittadino di Venezia. Nel risolvere questo caso bisogna tenere conto delle persone che vi lavorano che non sono affatto ‘obsolete'”. A portare il grande polo chimico italiano all’attenzione degli oltre 70 delegati europei presenti alla IV Consultazione del Consiglio delle Conferenze episcopali europee, in corso a Venezia, sul tema del lavoro e della responsabilità per il creato, è Don Fabio Longoni, dell’ufficio pastorale sociale e del lavoro della diocesi di Venezia. “La chiave di lettura del polo di Porto Marghera – ha detto don Longoni – sta nel saper rendere compatibile sistema urbano e industria di base. Non è con una dismissione assoluta delle fabbriche che si ottiene una realtà di vita migliore”. Secondo il sacerdote “se si interrompesse il ciclo produttivo di Porto Marghera e si trasformasse la città solo in un polo turistico questa non diventerebbe più vivibile. Anche diventare un polo turistico ha degli oneri e lo stiamo verificando. Basti pensare all’introduzione del ticket di ingresso per controllare afflussi di persone altrimenti insopportabili senza regolamentazione”. Il problema non si può risolvere “solo rimuovendo le cause che producono guasti all’ambiente ma dando anche prospettive nuove alle persone coinvolte”. “Marghera – ha aggiunto don Longoni – è passata da 40 mila addetti a 12 mila e presto, si pensa, caleranno ancora forse a 7 mila. Bisogna farsi carico di queste persone, assumersi i costi di riqualificazione e di ricollocazione sul territorio, magari nel settore dei servizi, della cultura, delle nuove tecnologie”. “Non avrebbe senso – ha concluso il sacerdote – togliere delle industrie qui per trasferirle in altri Paesi, magari in Terzo Mondo, dove si inquina ulteriormente. Tutte le persone hanno diritto di vivere in un ambiente pulito, in ogni Paese del mondo. Il problema si risolve anche applicando quei regimi di sicurezza, proposti dall’Europa, che hanno lo scopo di salvaguardare dignità del lavoratore e ambiente”.