“Mezzi sufficienti e regolamenti chiari, uguali per tutti gli atleti e per tutte le discipline sportive. Per prevenire non bastano le buone intenzioni; occorre rigore, equità, regole certe”. E’ la ricetta di mons. Carlo Mazza, direttore dell’ufficio Cei per la pastorale del tempo libero, turismo e sport per fronteggiare il doping. In un’intervista pubblicata sul prossimo numero di SirEuropa, mons. Mazza, che vanta una lunga esperienza di cappellano al seguito delle squadre nazionali ed olimpiche italiane, definisce “il doping una scorciatoia sconsiderata per far fronte alle insaziate esigenze dello sport moderno. Se nonostante tutti i rischi proclamati l’uso del doping si dilata, significa che serve non allo sport in sé ma ad altri fini”. “La diffusione del doping – aggiunge – è dovuta ad una cultura del successo, costi quello che costi, correlata alla copertura di denaro e ostentata in una ‘mentalità di vincente’ in ogni dove della convivenza sociale. Un atleta non si dopa per piacere o per vanagloria, ma per arrivare primo perché solo essendo primi si conta, in tutti i sensi”. Per fronteggiare il doping, secondo Mazza, “tutti i controlli e tutte le prevenzioni sono non solo opportuni ma necessari. Comunque, come sempre, va costruita giorno per giorno una cultura della vita, una cultura sportiva ispirata da principi e valori coerenti”. Anche l’educazione dei giovani è importante ma “per dare una prospettiva all’educazione nel mondo dello sport, bisognerebbe istituire un corso di laurea che prepari tecnici, allenatori, dirigenti, genitori ad essere educatori, con l’aggiunta non secondaria ma essenziale, come direbbe san Giovanni Bosco, del ‘cuore'”. “Bisogna sperimentare – conclude – uno ‘sport educativo’ finalizzato allo sviluppo integrale della persona attraverso itinerari formativi rigorosi e pratiche sportive plausibili”.