“Un contratto per la pace tra la società civile israeliana e quella palestinese” è l’idea di Gershon Baskin fondatore e co-direttore dell’Ipcri, il Centro israelo-palestinese per la ricerca e l’informazione attivo dal 1988 per la soluzione del conflitto arabo-israeliano, per il quale “Governo israeliano e Autorità nazionale palestinese, arroccati come sono, su posizioni che non lasciano spazio al dialogo, non hanno nessuna possibilità di vincere la loro guerra”. “E quando i governi falliscono – aggiunge – è compito della società civile assumere un ruolo rilevante. Da qui la proposta di un contratto per la pace tra società civile israeliana e palestinese”. Dal sito internet dell’Ipcri, Gershon Baskin spiega i termini della proposta: “gli israeliani sono chiamati all’interno del loro Paese a incoraggiare un vero cammino di pace sulla base dei confini del 4 giugno 1967 con Gerusalemme capitale condivisa, la rimozione degli insediamenti, la creazione di una vera cooperazione economica su base regionale, una equa distribuzione delle risorse idriche disponibilità ad un risarcimento giusto ai rifugiati del 1948 per la perdita delle proprietà”. A loro volta i palestinesi, secondo i termini del ‘contratto’, “sono chiamati a sostenere gli sforzi di pace riconoscendo il diritto ad esistere dello Stato di Israele basato sui confini del 4 giugno 1967 con Gerusalemme capitale condivisa e attivandosi per l’attuazione del piano saudita che propone il pieno riconoscimento di Israele da parte dei Paesi arabi in cambio del ritorno dai territori”. Ma in particolare, aggiunge Baskin, “i palestinesi devono evitare ogni sostegno al terrorismo contro Israele, nella convinzione che l’attacco a civili innocenti non può essere tollerato. Il fenomeno dei ‘kamikaze’ deve essere estirpato e condannato dalla società palestinese”. Oltre all’impegno individuale, conclude il ‘contratto’ i due popoli sono chiamati a promuovere incontri pubblici tra istituzioni culturali e sociali con lo scopo di “radicare all’interno dei due paesi atteggiamenti di pace” ma anche “a non sostenere quelle politiche dei rispettivi Governi che non offrono possibilità di pace. In assenza di partner istituzionali siano le società civili a creare presupposti di pace”.