“Non è onesto cercare di alterare la verità dei fatti”. È quanto afferma don Carlo Caviglione, sacerdote genovese e incaricato regionale della pastorale sociale, ad un anno di distanza dagli incidenti del G8 di Genova. “Da una finestra della mia abitazione, che si affaccia su piazza Alimonda – dice al Sir don Caviglione -, posso vedere ogni giorno quanto è rimasto a Genova, dopo i tragici fatti del luglio 2001, con l’uccisione di Carlo Giuliani, ragazzo ventiduenne. I suoi amici hanno appeso all’inferriata della chiesa alcune scritte in memoria, vi si leggono aspirazioni alla verità e alla giustizia, frasi contro le forze dell’ordine. Quasi tutte le parole, dette e scritte, inducono a pensare che il ragazzo fosse un eroe. Ora il recente film di Francesca Comencini, sembra quasi riprendere questa tesi”. Però, dichiara il sacerdote genovese, “chi ha vissuto in città le tremende giornate del G8 di Genova, avendo conoscenza piena dei fatti, ha altra opinione”. Infatti, “le autorità avevano riconosciuto, doverosamente, a tutti i movimenti, gruppi e singoli, il diritto di manifestare, ma non potevano aggiungervi quello di devastare la città. Proprio quello che, disgraziatamente, è avvenuto. In questi giorni, nei quali pare che ci si prepari per il prossimo luglio, a qualche commemorazione, chi passa per le vie della città, può ancora vedere le ferite di un anno fa”. Riferendosi alla morte di Carlo Giuliani, don Caviglione aggiunge che “la riflessione sull’accaduto è giusta”, ma ad essa “non si aggiunga di più”, perché “non basta rimpiangere e ricordare, occorre educare i giovani anche al rispetto degli altri: dai più deboli nel mondo fino a chi rappresenta l’autorità costituita. Occorre educare alla giustizia ma non a farsi giustizia da soli, anche perché questo significa imboccare una strada che, indicata da cattivi maestri, non conduce alla pace ed alla giustizia”.