CONVEGNO CARITAS: DON CIOTTI, A TORINO UNA COMUNITÀ PER “DISINTOSSICARE I GIOVANI DAL CONSUMISMO”

Una comunità residenziale per aiutare i giovani a “disintossicarsi dal consumismo” nascerà a giorni a Torino, nei locali dell’ex fabbrica Ceat, per iniziativa di un gruppo di giovani che fanno capo al Gruppo Abele. L’iniziativa, unica in Italia, è stata annunciata oggi da don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele, nel corso del suo intervento al 28° convegno nazionale delle Caritas diocesane che si conclude oggi a Bellaria (Rimini). “Dal confronto con molti ragazzi del ceto medio-alto – ha spiegato don Ciotti -, è emerso un forte bisogno di disintossicarsi dal consumismo e da tutte quelle dipendenze, come Internet e i videogiochi, che generano solitudine. Dobbiamo avere un occhio sugli esclusi e uno sugli inclusi, perché nascono sempre nuove forme di povertà, come la povertà di valori e relazioni, di fronte ad un orizzonte culturale che penetra in modo sottile dicendoci che che conta solo l’apparire, il potere, il denaro, la forza, la bellezza. Di fronte a tutto questo dobbiamo trovare il coraggio di essere persone inadeguate”. I ragazzi che devono “disintossicarsi dal consumismo”, in accordo con le famiglie, rimarranno alcuni mesi in questa comunità e saranno impegnati in attività di studio, lavoro e animazione gestite dal gruppo di giovani “Acmos”. Inoltre, nell’ambito delle iniziative culturali, si sta strutturando anche un piano di comunicazione intitolato “Macramè”, con un sito Internet che costruirà informazione rivolta ai giovani su questi temi. Nel corso del suo intervento al convegno don Ciotti ha esortato la Caritas ad “assumere un ruolo forte, coraggioso, fermo”, in una stagione che richiede “una politica in senso alto per il bene comune”, facendo attenzione a “non diventare solo dei contenitori del disagio, ossia una rete a carattere assistenziale che serve solo a fornire servizi a basso costo”: “Non possiamo rinunciare allla nostra funzione politica, sia sul territorio, sia a livello europeo, contro il pericolo di una aziendalizzazione della vita. Dobbiamo ritrovare più libertà di parola e di denuncia”.