AFGHANISTAN: GALVAGNO (CHIRURGO DI GUERRA), “NESSUNO DICE CHE SPARGERE LE MINE È TERRORISMO”

“Nessuno dice che le mine sparse sono armi da distruzione di massa al rallentatore: lo vedo ogni giorno in ospedale, questo stillicidio continuo di bambini, giovani o vecchi, che arrivano a pezzi”. Lo scrive nelle sue drammatiche lettere da Kabul il chirurgo di guerra Silvio Galvagno, 48 anni, che è stato per due mesi (dalla fine di febbraio) nell’ospedale gestito da Emergency in Afghanistan. Ora le sue lettere quotidiane sono raccolte in un libro “Nell’inferno di Kabul – Testimonianze di un chirurgo di guerra” in uscita in questi giorni. Parte di questi scritti sono stati pubblicati in un inserto del settimanale diocesano “Il Corriere di Saluzzo”. “Nessuno dice che spargere le mine con gli elicotteri come fossero caramelle, o giocattolini per bambini, è un atto di terrorismo – scrive il 22 aprile Galvagno -, perché nessuno è libero di andare nel campo a coltivare o prendere l’acqua fuori dalla strada principale”. Né ché l’Afghanistan, su circa 23 milioni di abitanti “conta oltre un milione di amputati, di cui moltissimi bambini”. E racconta le storie di tanti suoi pazienti: Ezat, 9 anni, che ha perso le due gambe e ora fa le corse in carrozzella insieme ai coetanei “anche lui un ‘effetto collaterale’ della guerra chirurgica”; Safed, 10 anni, “ha perso la mano sinistra e ambedue gli occhi, ha il viso pieno di schegge. Forse comincia a realizzare cosa significa non vedere più, è a letto, triste, silenzioso”; o dell’anziano “con la lunga barba bianca, un viso scolpito dalla sofferenza, gli occhi azzurri: era saltato su una mina perché voleva ritornare a vedere le rovine del suo villaggetto”. Ma, “finita la guerra spettacolo – scrive il chirurgo – nessuno pensa che i 10 milioni di ordigni inesplosi in Afghanistan continueranno a martoriare questa popolazione per decenni, nessuno dice che ormai nelle guerre di oggi più del 90% delle vittime sono civili”. Da quando è tornato in Italia Galvagno partecipa ad incontri e conferenze per raccontare il più possibile ciò che ha visto: “Mi rendo conto – dice – che l’unica cosa che posso fare è parlare della mia esperienza, diffondere il messaggio e denunciare la situazione. Non avrebbe senso chiudersi in sé e limitarsi a pensare ai bambini che ho operato”.