“I mali emersi nel mondiale nippo-coreano sono stati visti da tutti e ogni commento rischia di essere retorico. Se mai cresce la sensazione che questo calcio sia inguaribile e incapace di autoriformarsi”. E’ quanto afferma in un’intervista pubblicata sul prossimo numero del Sir, mons. Carlo Mazza, direttore dell’Ufficio nazionale Cei per la pastorale del tempo libero, turismo e sport, sportivo e cappellano delle squadre olimpiche italiane a commento della conclusione dei mondiali di calcio che hanno visto, in finale, la vittoria del Brasile sulla Germania. “Molti ritengono che si debba cambiare la ‘formula’ dei mondiali per impedire gli eccessi intravisti e rimediare alle intemperanze del business – ha dichiarato mons. Mazza -. Sono correttivi legittimi e auspicabili. Credo tuttavia che il calcio, proprio per la carica simbolica che possiede, per le passioni che sviluppa, per il coinvolgimento che trascina, vada governato con più saggezza e lungimiranza, con più giustizia e solidarietà”. Secondo il direttore dell’Ufficio Cei, infatti, “ogni eccedenza rivela patologie nascoste che sono segno di endemiche disfunzioni del sistema-calcio, che chiedono interventi di contenimento e di controllo generali”. A mons. Mazza, poi, non sono sfuggiti quei gesti ‘religiosi’ degli atleti in gara che rappresentano, a suo avviso, “l’eterno problema della mediazione tra la potenza di Dio e l’indigenza umana. Tutte le formule e le gestualità di stampo sacrale escogitate nella circostanza agonistica risentono di uno sfondo religioso che va capito e, se mai, orientato ad un autentico sentire di fede”. Questi mondiali, infine, hanno confermato come il calcio possa diventare, per quei Paesi segnati da conflitti, miseria e sfruttamento uno strumento di riscatto: “Grazie alla sua potente attrattiva, il calcio assume funzioni consolatorie e spesso alienanti, ma promana anche energie di riscatto se incanala diffuse attese di giustizia. Il calcio, ovviamente, non risolve i mali del mondo, se mai può facilitare la solidarietà e la fraternità, come valori di una possibile migliore convivenza generata dal sentimento di un’appartenenza globale”.