“Stop immediato agli attentati suicidi contro Israele e fine dell’occupazione israeliana per vivere pacificamente insieme”. E’ la richiesta contenuta in un appello, diffuso lo scorso 28 giugno a Gerusalemme, da un cartello di associazioni, tra cui il Comitato internazionale cristiano in Israele, la Commissione giustizia e pace e il Centro ecumenico Sabeel di Gerusalemme, il Dipartimento del servizio ai rifugiati palestinesi del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente. Riferendosi al recente piano di pace del presidente Usa Bush, i firmatari dell’appello, i cui destinatari, oltre alle parti in lotta, sono anche tutte le associazioni impegnate nel processo di pace in Medio Oriente, affermano che “un piano di pace è di grande importanza per superare lo stallo attuale”, ma che “in Palestina vere riforme non possono essere fatte restando sotto il fuoco israeliano” né tantomeno “per far piacere al presidente Bush”. C’è bisogno, si legge nell’appello, che i Palestinesi “decidano da soli i loro programmi e la loro agenda di riforme per trattare il tema spinoso delle relazioni con Israele”. Ma se da un lato l’appello invita i Palestinesi a promuovere vere riforme al loro interno, dall’altro è fermo a richiamare Israele alle proprie responsabilità: “l’assenza di un chiaro progetto politico – si legge nel documento – prelude al prosieguo della politica di occupazione. La politica israeliana di distruzione delle strutture civili palestinesi si accompagna ad una continua attività di insediamenti e di assedio ai danni di centinaia di migliaia di civili”. “A costoro, specie vecchi e malati – ricorda l’appello – viene negata anche la possibilità di trasferirsi e di ricevere cure sanitarie”. “Questa politica di chiusura – termina l’appello – non solo pregiudica le condizioni di vita dei palestinesi e le loro condizioni economiche ma determina danni psicologici che renderanno difficile ogni eventuale accordo di pace tra i due popoli”.