” “”Il monachesimo benedettino non ha raggiunto la sua perfezione nel secolo VI, e neppure nel Medio Evo o nella rinascita dell’epoca romantica; esso è infatti aperto a tutte le età della storia perché in esse è presente in uguale misura la grazia del mistero di Cristo che il monachesimo è chiamato a scorgere e ad indicare agli uomini con la discrezione e la misura del Fondatore. Un linguaggio di pace, giustizia, speranza e riconciliazione che, senza semplificazioni improprie, deve risuonare ancora nel cammino di riunificazione dell’Europa”. Lo afferma in un’intervista che apparirà sul prossimo numero di SirEuropa, in occasione della festa liturgica di San Benedetto (11 luglio), Gregorio Penco, monaco benedettino del monastero di Finalpia (Savona), storico e teologo, uno dei maggiori esperti di storia della Chiesa e del monachesimo. Secondo lo studioso, la figura del patrono d’Europa “racchiude un messaggio di universalità e di speranza che sa guardare oltre i confini” di quel continente “che ha contribuito a far nascere”, e se “oggi non esiste più la mediazione della societas christiana che i monaci nel Medio Evo avevano collaborato a costruire”, la “lezione più significativa del monachesimo per i nostri giorni rimane” tuttavia “la capacità di lettura ‘creativa della storia, di intraprendenza e di adattamento” che esso ha dimostrato proprio nella costruzione di quella realtà “acquisita a prezzo di sforzi instancabili escogitando sistemi e strategie sempre nuovi”. Un invito, dunque, a collocare l’eredità benedettina nel suo giusto contesto storico e al tempo stesso a “far conoscere meglio” un monachesimo che non ispira “compiti missionari in senso tradizionale” ma evangelizza attraverso “la presenza del chiostro, polmone di spiritualità e centro di preghiera” e con “la gioia e la fierezza della propria vocazione può offrire una testimonianza forte e credibile ad un’Europa che appare spesso sazia, disillusa, egoista e indifferente delle sue povertà”.