La “‘passione’ di stare in mezzo alla gente” e, “sin dai primi anni, una particolare attenzione alle ferite più dolorose della città”: queste le principali caratteristiche dell’arcivescovo di Genova, cardinale Dionigi Tettamanzi, nominato da Giovanni Paolo II a guidare la diocesi di Milano a seguito delle dimissioni presentate dal cardinale Carlo Maria Martini per raggiunti limiti di età. A rievocare la figura di Tettamanzi e il suo stretto rapporto con il capoluogo ligure, è oggi il direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della diocesi genovese, mons. Carlo Caviglione, in una nota che apparirà sul prossimo numero del Sir. Uno “stile bonario e affettuoso” ha contraddistinto “i sette anni del suo episcopato”, scrive Caviglione. “Il suo cuore” era “per i disoccupati, per le famiglie senza casa, per quanti erano colpiti, nelle loro difficoltà, dagli usurai. Prese l’iniziativa di fondare, per questi ultimi, un’Opera diocesana, mentre la sua premura per i più emarginati, lo portò a promuovere i ‘Centro vicariali di ascolto’ in quasi tutti i Vicariati”. Ai laici chiedeva di “amare la parrocchia del vicino come la propria”, ricorda ancora Caviglione, “mentre alle associazioni e ai movimenti non cessava mai di esortarli a fare in modo che le loro attività fossero sempre a servizio della comunità parrocchiali”. Pure gli immigrati presenti in diocesi oltre ventimila furono sempre oggetto di profonda attenzione da parte dell’arcivescovo che, ricorda ancora Caviglione, attraversò anche momenti difficili: “Basti ricordare il luglio dello scorso anno, con il centro storico della città blindato, in occasione del G8. L’arcivescovo è stato ingiustamente accusato, da qualcuno, di aver sostenuto i ‘no global’, con tutto ciò che si portavano dietro. Nulla di più falso precisa il direttore del citato Ufficio diocesano – poiché in varie occasioni, anche solenni – con scritti e dichiarazioni ha sempre sostenuto la necessità di pensare e provvedere più seriamente ai poveri del mondo. La sua è stata una vigorosa presa di posizione, perché i grandi del mondo non dimenticassero le loro gravi responsabilità”.