” “Se c’è una battaglia che il nostro Paese “ha rinunciato a combattere”, è quella sull’educazione, ormai affidata a “surrogati” come la tv e in mano a conduttori televisivi o cantanti, gli unici “maestri” delle nuove generazioni. Il grido di allarme viene da Giuseppe Savagnone, responsabile della pastorale della cultura in Sicilia, che in un’intervista che sarà pubblicata sul Sir di domani in merito all’attuale dibattito sul “futuro” della Rai – giudica “grave” questo “allontanamento” di famiglia, scuola e delle altre “agenzie educative” (compreso il giornalismo) dal compito che gli è proprio, soprattutto “perché non è frutto di una battaglia persa, ma di una rinuncia a combattere”. “Viviamo in un Paese sostiene, infatti Savagnone che sostanzialmente non crede più che ci sia un compito educativo da svolgere e che espone i giovani, attraverso lo strapotere televisivo e dei nuovi media, ad una sorta di educazione permanente al nulla, al nichilismo, al vuoto di valori”. A proposito del ruolo della Rai come servizio pubblico, e del rapporto tra pubblico e privato in questo campo, Savagnone dice “no” ad un’informazione pubblica “statalizzata e ridotta alla burocrazia”, ma anche ad un’informazione “privata” che si consideri “irresponsabile o completamente sganciata dalla dimensione del bene comune”. Secondo Savagnone, “bisogna uscire definitivamente dall’uso distorto che noi italiani abbiamo sempre fatto dell’aggettivo ‘pubblico’, applicato all’informazione: il termine ‘pubblico’ non va identificato semplicemente con ‘statale’, ma riferito al bene comune”. No, quindi ad un servizio pubblico “statalizzato e ridotto alla burocrazia”, ma anche ad un’informazione privata “irresponsabile o completamente sganciata dal bene comune, perché tesa esclusivamente alla ricerca egoistica del profitto”.