Più attenzione alla qualità dei programmi, specie dei bambini e dei giovani, maggiore spazio a temi quali diritti umani e solidarietà, collaborazione con la componente genitori per la scelta dei programmi e dei film. Sono queste alcune delle richieste avanzate dai rappresentanti dell’associazionismo presenti oggi a Roma al “Forum degli utenti” promosso dal Consiglio nazionale degli utenti (Cnu), in vista anche del rinnovo del contratto di servizio tra il Ministero delle comunicazioni e la Rai. Per Enea Piccinelli del Coordinamento delle associazioni per la comunicazione (Copercom), dalla Relazione del Consiglio nazionale degli utenti, “è del tutto assente ogni accenno alle gravi carenze dell’azione di vigilanza sulla qualità dei prodotti mediali”. Carenza, questa, anche della Autorità per le comunicazioni, alla quale il Cnu, ha il compito di rappresentare anche “le lamentele di tanti cittadini, non solo per le gravi cadute di qualità, ma anche per la violenza, la volgarità e vacuità di tanti programmi e per la sistematica violazione di leggi, codici di autoregolamentazione e clausole contrattuali che si compiono quotidianamente da parte di molte grandi e piccole emittenti”. Dello stesso avviso Miela D’Attilia dell’Associazione genitori (Age) che ha ravvisato la scarsa rappresentatività dei genitori nelle commissioni per la scelta dei film da inserire in palinsesto. “I nostri rappresentanti sono in minoranza rispetto a quelli delle aziende cinematografiche – ha detto D’Attilia – e non abbiamo nemmeno la possibilità di sostituirli con dei ‘supplenti’ in caso di assenza. Senza dimenticare che spesso i film vengono fatti visionare solo pochi giorni prima delle uscite nelle sale cinematografiche”. Anna Maria Berardi, dell’Arci, ha richiamato la necessità di applicare la legge che impedisce i passaggi pubblicitari durante le fasce orarie dedicate ai bambini e di ampliare la gamma dei programmi loro rivolti che a tutt’oggi si limita a poche trasmissioni. La rappresentante del Cif, Centro italiano femminile, ha denunciato “il rischio di colonialismo culturale da parte dei poteri forti, economici e politici, ma anche l’eccessiva internazionalizzazione che appiattisce l’offerta culturale nella quale le donne rivendicano diritti di cittadinanza e di presenza”.