“Non abbassare la guardia su un lavoro pastorale e culturale, affinché non si acuisca la conflittualità sociale attorno ai temi dell’immigrazione”. È l’invito rivolto nei giorni scorsi dalla Caritas nazionale alle 200 Caritas diocesane, in risposta alle accuse di sfruttamento dei poveri lanciate da un ministro della Repubblica nei confronti dei vescovi, della Caritas, delle associazioni ecclesiali e degli operatori sociali del mondo cattolico. La Caritas della diocesi di Perugia, facendo proprio l’invito della Caritas italiana, ha ribadito in un comunicato diffuso ieri pomeriggio che “l’opera di ascolto e di aiuto dell’associazione non è solo in occasione di un’emergenza, ma nella quotidianità della vita. Per questo, dopo le gravi insinuazioni, ci sentiamo rafforzati ancor di più nel nostro lavoro quotidiano: l’impegno a vivere accanto ai più poveri, emarginati e meno tutelati, accogliendoli con dignità nelle case di accoglienza realizzate dalla Chiesa con il sostegno della comunità cristiana locale”. A tre giorni dall’avvio dell’iter burocratico per beneficiare della nuova legge sull’immigrazione, al Centro di ascolto della Caritas diocesana c’è un flusso di persone continuo e in costante crescita (60-80 al giorno). Però, “sono quasi esclusivamente gli immigrati (più del 90%) – commenta Stella Cerasa, responsabile del Centro di ascolto -, che vengono a chiederci le informazioni quando dovrebbero essere i datori di lavoro. C’è già qualcosa che non va: sono diversi i casi a noi segnalati di immigrati cui il proprio datore non vuole regolarizzare il rapporto”. Da qui, l’appello dei vescovi umbri dello scorso fine settimana ad “accogliere i dipendenti provenienti da Paesi non appartenenti all’Unione Europea, con tutto il rispetto che compete alle persone”.