I beni culturali della Chiesa “rappresentano il processo di trasformazione dell’ambiente avviato lungo i secoli dalla comunità umana” e “sono stati prodotti per esprimere la catechesi, la liturgia e la carità secondo una mentalità di ispirazione cristiana; giovano all’inculturazione della fede; sono di stimolo ai lontani per entrare in contatto con la religione; favoriscono lo scambio tra i popoli”. Di qui l’importanza di valorizzarli nel loro contesto “antropologico, sociale e religioso” coniugando “il rispetto della storia con il rispetto dell’attualità, attraverso processi di vitalizzazione, trasformazione, contestualizzazione dei beni posti al servizio della missione della Chiesa”. Questo, in sintesi, il pensiero di mons. Francesco Marchisano, membro della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa e arciprete della Basilica Vaticana, che interverrà domani, 6 settembre, al II Forum dell’Associazione italiana dei professori di storia della Chiesa, apertosi oggi pomeriggio a Roma sul tema “I beni culturali: un nuovo approccio alla storia della Chiesa”. Secondo Luciano Osbat, dell’Università della Tuscia, occorre “inserire i beni culturali ecclesiastici nella storia della cultura e della società che li ha prodotti” e quindi “scrivere una storia delle Chiese locali a livello di diocesi e di singole comunità di credenti che non è mai stata scritta”. Mons. Giancarlo Santi, direttore dell’Ufficio Cei per i beni culturali, convinto che “l’arte è un elemento indispensabile per l’educazione dei cittadini”, rileva che “ancora molta strada rimane da percorrere per avviare in maniera sufficiente la formazione in materia di arte e beni culturali dei futuri sacerdoti, responsabili in prima persona di una parte rilevantissima del patrimonio artistico e educatori a loro volta”.