” “Si parte dal “caso pietoso”, influenzando “emotivamente l’opinione pubblica”, e si arriva a proposte di legge che progressivamente portino “alla depenalizzazione o alla legalizzazione” dell’eutanasia. Antonio Spagnolo, del Centro di Boetica dell’Università Cattolica, commenta in questi termini al Sir i numerosi articoli apparsi in questi giorni su grandi quotidiani nazionali, alle prese con casi di “suicidio assistito”. “L’aspetto emotivo prosegue l’esperto – viene anteposto a qualsiasi valutazione etica, e diventa così un ‘grimaldello’ per teorizzare il ‘diritto a morire’, in nome di una pretesa libertà fondata, però, su un diritto soggettivo quello del paziente che si scontra con alti diritti soggettivi tra cui quello del medico ad esercitare una valutazione terapeutica”. In diversi ospedali, fa notare Spagnolo citando recenti e documentate ricerche condotte in Olanda, “si pratica l’eutanasia spesso senza sapere neanche se sia ‘voluta’ o no dal paziente”. Se il caso più frequente, infatti, “è la somministrazione dell’eutanasia perché reiteratamente richiesta dal malato, a causa del dolore ritenuto insopportabile”, non mancano casi di medici che, praticandola già in questi casi, “estendono progressivamente tale pratica, considerandola un possibile ‘beneficio’ anche per altri pazienti o scoraggiando quelli tra loro dal continuare a vivere, visto lo stato vegetativo in cui si trovano”. Non “abbandonare” il paziente in fase terminale, anzi potenziare la “terapia del dolore” e l’accompagnamento, e “ridurre il più possibile l’accanimento terapeutico”: questi, per Spagnolo, i versanti di “prevenzione” sui occorre insistere in Italia per “evitare il ricorso anticipato alla morte come unico rimedio”, attraverso una “battaglia culturale basata sul principio che la dignità della vita umana è un valore in sé, da difendere indipendentemente dalla sua ‘qualità'”.
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