” “Perché non istituire di nuovo delle “compagnie di ventura” per l’assistenza domiciliare ai malati terminali? E’ la proposta di mons. Angelo Scola, Patriarca di Venezia, intervenuto sabato scorso al convegno su “Salute e parrocchia” che si è svolto a Mestre per iniziativa della Commissione diocesana per la pastorale della salute. “Stare di fronte alla morte dei propri cari insegna a vivere e a morire ha osservato mons. Scola -. È il contrario di quello che oggi invece si pensa e si dice. Ad esempio, non è più normale come un tempo che un bambino assista, insieme agli altri familiari, alla morte del nonno”. Per riportare quindi in famiglia il tempo della “cura” e l’evento della morte del paziente terminale, ha suggerito il Patriarca, bisogna “aiutare i parenti con una rete di solidarietà in cui accanto ai volontari ci siano anche i professionisti”. Ossia “fare posto – con tutta la rilevanza culturale e perciò anche economicamente dignitosa che questo comporta – ad una ‘compagnia di ventura’ che riprende la grande tradizione delle Confraternite”. E visto che questo permetterebbe di ridurre le spese sanitarie, “bisogna che lo Stato sposti risorse sulle famiglie e sui soggetti sociali che le aiutano nella cura”. Secondo mons. Scola “la ridefinizione del pubblico in atto a tutti i livelli nel nostro paese, in particolar modo in campo sanitario, deve essere accurata”: “Pubblico non è solo l’emanazione diretta delle istituzioni statuali, ma ciò che è ad effettivo servizio del bene comune, anche quando è svolto da soggetti privati”. Tutto ciò a patto che “non prevalga, nel campo della salute, la logica del profitto sul rispetto assoluto della dignità e dei diritti del malato, degli operatori sanitari, dei familiari”.