” “L’orizzonte più ampio su cui la parrocchia deve aprirsi, ha proseguito il vicepresidente della Cei, è quello di “formare i cristiani che frequentano le nostre comunità, e per primi gli stessi sacerdoti e i seminaristi, a una fede che sia consapevolmente missionaria, nelle varie situazioni di vita e non soltanto all’interno dell’ambito parrocchiale o ecclesiale. Nelle circostanze di oggi una tale fede non può sottrarsi al confronto con le persone e gli ambienti che sono condizionati da una mentalità e cultura estranea o anche avversa al vangelo e a volte se ne fanno sostenitori espliciti”. Questo “aspetto generativo” della Chiesa raccomanda “tre gesti” per la parrocchia missionaria: “il momento in cui la parrocchia si lascia edificare, soprattutto dall’Eucaristia; il momento in cui la parrocchia genera figli alla fede e alla vita ecclesiale attraverso l’iniziazione cristiana e quello nel quale l’agire ecclesiale accresce la sua forza missionaria perché animato da un’esperienza di comunione che investe tutto il lavoro educativo e pastorale”. Un lavoro comune dove “tutti i soggetti della pastorale assumono uno stile di corresponsabilità”. La stessa parrocchia “deve pensarsi in rete con altre parrocchie vicine (vicariato, zona) e in particolare in riferimento alla Chiesa diocesana e al Vescovo”. La parrocchia, infatti, “non esiste isolata, ma vive alimentandosi all’apostolicità della Chiesa diocesana”. E “un primo segno” dello stile di comunione “potrà essere offerto dai gruppi e le associazioni che articolano la vita parrocchiale. ” “