INFORMAZIONE E CONFLITTI: I GIORNALISTI NON ALIMENTINO VECCHI E NUOVI STEREOTIPI

Come possono i giornalisti descrivere e spiegare i conflitti senza diffondere e alimentare vecchi e nuovi stereotipi su culture e religioni? Come possono i media collaborare alla pace? Rispondere a questi interrogativi è l’obiettivo che si propone la Conferenza internazionale “Media e verità. Prospettiva interreligiosa per una comunicazione etica: possibilità ed ostacoli”, organizzata da “Religions for Peace – Europe” con il Sindaco di Roma. Giornalisti ed esperti arabi, americani, israeliani, palestinesi, italiani ed europei di diverse tradizioni religiose e non credenti si confronteranno oggi e domani sul ruolo e l’etica dell’informazione.
“Gli stereotipi si basano su mezze verità, sfruttando paure e ignoranze”, – spiega Robert White, gesuita, docente di comunicazione presso la Pontificia Università gregoriana -. “Per combatterli occorrono tolleranza, rispetto e sostegno reciproco” – prosegue – “per un’informazione obiettiva ed equa che eviti le semplificazioni ideologiche”. “Il linguaggio può riconciliare o segnare fratture” – aggiunge Sergio Tripi, direttore di “Good News Agency” -. “Il giornalismo ha bisogno di un codice etico deontologico a garanzia della completezza ed obiettività dell’informazione”. “Dall11 settembre i vecchi stereotipi che in passato hanno demonizzato l’ebraismo stanno riemergendo, anche sui nuovi media” – dice Myrna Shinbaum, portavoce dell’Anti Defamation League di New York -. “Insidiosi, perché alimentano l’antisemitismo latente”. Secondo Shinbaum “in Europa si fa uso delle vignette satiriche per alimentare l’avversione, nel mondo arabo l’antisemitismo palese identifica gli ebrei nuovamente come capi espiatori, mentre i media americani sono più equanimi nella rappresentazione del conflitto ma anche più ignoranti”. Con “simmetrica preoccupazione” si deve leggere il fenomeno dell'”Islamofobia” nei media internazionali. “Non è inedito” – spiega Annamaria Rivera, docente di etnologia all’università di Bari – “ma oggi si esprime con forme nuove”. La recrudescenza in Europa dell’antisemitismo ha portato – secondo Rivera – “a riattivare l’offensiva propagandistica antislamica”. “Un processo non spontaneo” – precisa – “ma indotto da politica e media”.