” “”Una vocazione laicale esplicitamente coltivata per se stessa”, ossia la presenza di laici “che sanno avere il respiro del mondo e la concretezza della vita quotidiana; sanno portare nella comunità le domande” di ogni persona, “amano la loro appartenenza ed esperienza quotidiana nel mondo e non vedono la comunità cristiana come un rifugio”. E’ uno dei “guadagni” che derivano alla parrocchia dalla presenza dell’Ac, che implica, tuttavia, alcune sfide per i preti. Ad affermarlo, la presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana Paola Bignardi, intervenuta stamani a Roma al convegno degli assistenti diocesani e parrocchiali di Ac (fino al 20) su “Fare nuova l’Azione cattolica in parrocchia”. Di fronte ai circa cinquecento sacerdoti presenti, la presidente ha rilevato che “se un rischio oggi corrono le comunità cristiane, è quello di chiedere ai laici di essere meno laici per essere più cristiani; di essere meno dentro il mondo per essere meglio dediti alle cose di Chiesa. Una vera esperienza di Ac dovrebbe” invece “garantire alla comunità presenze laicali con una maturità vocazionale diversa” che pone il prete di fronte alla sfida di “dare valore alla fede, al mistero, alle vocazioni, non alle funzioni”. “Avere nella propria parrocchia dei laici che hanno uno stile adulto è cosa molto diversa che avere semplicemente dei validi collaboratori o un efficiente ‘gruppo del parroco’” ha spiegato Bignardi, soffermandosi sull’importanza che i preti sappiano concedere la necessaria autonomia all’associazione parrocchiale: “non un’autonomia qualsiasi”, quanto “fatta di affetto, vicinanza, esigenza di essere riconosciuti e rispettati per ciò che si è” come accade nel rapporto tra genitori e figli” per favorire “dinamiche adulte”, a vantaggio di tutta la comunità. Secondo la presidente di Ac un ulteriore “guadagno” per la parrocchia è costituito dalla “presenza di un’esperienza associativa che ha scelto di vivere per la propria chiesa, che ha scelto di mettere la propria chiesa prima di se stessa e persino del proprio esistere, accettando la sfida di giocare di continuo tra identità e appartenenza ecclesiale”. Per Bignardi, “anche nell’esperienza associativa più povera, ove vi sia un minimo di consapevolezza di che cosa significa essere di Ac, si può riscontrare questa sensibilità: quella di chi sente che l’Ac aiuta semplicemente a sentirsi a casa propria nella propria Chiesa; di chi sente che si tiene all’AC perché si tiene alla propria comunità di cui ci si sente figli, legati per un legame che è insieme spirituale e affettivo; operativo e interiore”. Ciò, ha concluso, “rappresenta per il prete la sfida della corresponsabilità, che esclude l’uniformità delle posizioni dentro una logica di comunione”.
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