” “Se la Chiesa smettesse di parlare di Gesù, “cesserebbe di esistere”. A lanciare la provocazione è stato il teologo Severino Dianich, intervenendo oggi al convegno su “Il primo annuncio”, in svolgimento a Roma (fino a domani) per iniziativa della Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi. “Fra i cristiani di oggi è la denuncia di Dianich c’è una diffusa difficoltà nel definire il contenuto essenziale della propria fede”, soprattutto ai non credenti o ai cosiddetti “cristiani della soglia”, che si avvicinano solo occasionalmente alla comunità cristiana o rimangono ai margini di essa. La Chiesa, ha fatto notare però il teologo, “non vive se manca l’atto comunicativo della fede”, e “non è pensabile un’esistenza ecclesiale che non sia essenzialmente rivolta all’altro”, pena l'”intolleranza” verso chi non crede o conflitti come quello “plurisecolare” della Chiesa con la società moderna “liberale o democratica”. “Promuovere la memoria” credente, ha detto il relatore riferendosi al tema del convegno, significa per la Chiesa “raccontare la storia di Gesù” ed annunciare il “Vangelo della pace”. “Sul piano del rapporto interpersonale ha puntualizzato Dianich ciò significa avere a cuore il bene della persona indipendentemente dal suo consenso o dissenso nei confronti della proposta di fede”. Sta in questo, infatti, la differenza tra “proselitismo” ed “evangelizzazione”, che sul piano del rapporto fra la Chiesa e la società comporta l’attenzione al “bene comune” come “servizio globale da rendere ai bisogni della famiglia umana e non strumentale all’esercizio di un’egemonia della Chiesa sulla società”. Dianich ha concluso citando l’attualità della “Gaudium et Spes”, secondo cui “la Chiesa, nei rapporti con la società civile, non può attestarsi semplicemente nella difesa dei diritti dei credenti senza calcolare i riscontri che i suoi atteggiamenti hanno suyi non credenti”.
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