GUERRA IN IRAQ: VESCOVO DI TUNISI, “ANDARE OLTRE I PREGIUDIZI TRA OCCIDENTE E ISLAM”

” “”L’aggravarsi della situazione mondiale e la guerra hanno fatto emergere, con particolare drammaticità, quei pregiudizi reciproci tra Occidente e Islam che sono sempre esistiti e che ancora sopravvivono. Forse è venuto il momento di fare un attento esame di coscienza e di chiederci, come cristiani, che cosa abbiamo fatto in concreto per superare le barriere ideologiche, perché è evidente che sempre più spesso dovremo convivere”. È questa l’opinione di mons. Fouad Twal, arcivescovo di Tunisi dal 1992, alla guida di una comunità di circa 22.000 cattolici appartenenti a 44 nazionalità diverse, in un Paese che conta oltre 9 milioni di musulmani. In un suo intervento ieri a Milano, su invito della Università Cattolica e del Centro studi sull’ecumenismo, mons. Twal ha descritto “un Islam che oggi è in grande crisi, deluso dall’Occidente e dai suoi stessi dirigenti e che crede, a volte, di trovare forza e garanzia nel fanatismo. In realtà, pur convivendo da quindici secoli con questa religione non la abbiamo mai davvero compresa, così come i musulmani spesso credono che tutti i cristiani, in quanto occidentali, siano impegnati in una crociata contro di loro. Per convincerli del contrario il Papa ha fatto molto e ho sentito dire da parecchi arabi che si fidano più di questo uomo anziano e saggio che di tanti loro responsabili”. “Il problema non è solo Saddam – ha continuato l’Arcivescovo – , perché ci sono troppi interessi in gioco e, soprattutto, è inutile voler cambiare tutto il Medioriente con la forza. Occorre tempo, fare del bene e continuare in un dialogo che, da parte nostra, non si è mai interrotto”. E sulle difficoltà che può incontrare un vescovo cattolico in terra islamica, ha concluso: “Certo come cattolici siamo una minoranza, ma non è il numero che conta, perché la nostra forza è annunciare l’amore di Dio per tutti. Che la Chiesa mantenga la sua presenza, condividendo l’ansia, la paura, la fame della gente tra cui viviamo, servirà anche nel dopoguerra come testimonianza di cosa significhi essere cristiani”.
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