La gigantesca statua del raìs che rovina a terra, prima pavesata a stelle e strisce, poi col vessillo nazionale iracheno, diventerà l’immagine sintetica di questa guerra, che l’amministrazione Bush ha fortissimamente voluto. Gli osservatori più accreditati certificano che un accurato ‘bargain’, un coperto negoziato, con le gerarchie militari ha permesso di evitare un ulteriore, inutile spargimento di sangue a Baghdad, evitando alla popolazione un costo ancora più pesante di quello già sopportato negli anni della dittatura e nelle prime settimane di guerra.
Anche per questo motivo le prime settimane del dopoguerra sono assolutamente fondamentali, non solo per l’esperimento democratico che per la prima volta si dovrebbe sviluppare in Iraq, ma anche per i destini delle relazioni internazionali, sottoposte a molteplici tensioni nei lunghi mesi di una guerra annunciata.
Cosa in concreto possono significare libertà e democrazia? Come questi grandi valori e principi possono radicarsi e diffondersi nell’inquieta a martoriata area che ha proprio l’Iraq al suo centro, ma che ha nella Terra Santa la sua posta simbolica e la sua incognita più rilevante?
Quali potranno essere, insieme alla superpotenza vittoriosa, gli attori di questo processo nuovo, di questo circuito virtuoso che deve spuntare dalle macerie di una dittatura e della guerra? Si apre, come ha sottolineato la Segreteria di Stato, “una significativa opportunità per il futuro della popolazione”.
Tanto più rilevanti potranno essere le possibilità di ricostruzione, non solo materiale, ma soprattutto di ricostruzione politica, etica e culturale dell’intera area sulla base dei grandi principi della libertà e della democrazia se si costruirà, a partire dall’iniziativa e dunque rilanciando così la capacità di leadership americana, in particolare proprio sulla “vecchia Europa”, una grande coalizione. In questa nuova grande coalizione si potrà recuperare il ruolo (definito comunque “vitale” dai vincitori della guerra) delle Nazioni Unite, ma in concreto di tutti i grandi protagonisti della scena internazionale, a partire dall’Europa, e della stessa Unione Europea. Per “la ricostruzione materiale, politica e sociale dell’Iraq”, la Chiesa cattolica è pronta a mettere a disposizione tutte le sue risorse. E’ pronta, attraverso le sue istituzioni sociali e caritative, a prestare i necessari soccorsi. Ma più ampiamente, i cattolici nel mondo sono pronti a spendersi, riprendendo in concreto l’insegnamento e la testimonianza del Papa.
Non sarà per nulla facile, ma quella di una grande coalizione per la libertà e la democrazia e dunque per la pace è, per tutti, l’unica alternativa di speranza per i prossimi anni.