“L’uomo è ancora uomo, veramente e pienamente uomo, se non ha lavoro? Rispondiamo: no! Perché c’è un rapporto essenziale e in qualche modo costruttivo tra l’uomo e il lavoro!”. È quanto ha ribadito il card. Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, durante la veglia diocesana dei lavoratori, organizzata al palazzetto dello sport di Cologno Monzese per la festa del 1° maggio. Mediante il lavoro, ha ricordato l’arcivescovo di Milano, “l’uomo è inserito nella società ed è partecipe del suo sviluppo. In tal senso è la società intera che ha bisogno del lavoro per la sua crescita. Di qui l’altro interrogativo: che ne è della società, se non ha lavoro?”. Per questo, oggi, occorre “avere una coscienza più viva della dimensione sociale e socializzante del lavoro. Esso non si esaurisce nell’impegno di operare per le proprie necessità, perché è chiamato a produrre per il bene e per l’utilità di chi ha bisogno e di chi non è capace, ma chiede aiuto per vivere secondo dignità umana”. E se la fatica è inevitabile in ogni lavoro, per il card. Tettamanzi, c’è una fatica contro cui “noi ci ribelliamo”. Si tratta di quella “fatica che deriva da condizioni e situazioni lavorative che, per colpa dell’uomo, non sono rispettose della dignità personale del lavoratore e, quindi, dei suoi diritti e dei suoi doveri”. La ribellione, ha precisato il cardinale, “deve avvenire al di fuori di ideologie e preconcetti, con l’umiltà e con il coraggio della verità e nel rispetto leale della libertà di tutti”. Il cardinale ha quindi sottolineato il bisogno sempre più forte oggi “di dare spazio alla ricerca, allo studio, alla ‘formazione’. Il diritto al lavoro coincide con il diritto a possedere conoscenza, tecnica e sapere! E in perfetta corrispondenza a tale diritto si pone il dovere, da parte del lavoratore, di ricorrere a tutti gli strumenti che lo abilitano ad entrare in questo possesso. A quello del lavoratore, poi, si accompagna un corrispondente dovere da parte della società di garantire l’effettivo accesso alle nuove conoscenze e alle nuove tecniche”. Infine, il cardinale ha ricordato che “il lavoro è premessa e fattore di una nuova e più ampia solidarietà. Questo significa, in un’epoca come la nostra, che la globalizzazione deve realizzarsi nella solidarietà e senza emarginazioni; significa che i beni e le ricchezze prodotti con il lavoro dell’uomo devono essere ridistribuiti a beneficio di tutti, a iniziare da quanti sono più poveri e bisognosi; significa far sì che le conoscenze necessarie per rimanere nel sistema produttivo non siano proprietà esclusiva di qualcuno che continua ad accumulare per sé, ma siano condivise con tutti gli uomini e tutte le donne del mondo”. Una riflessione questa condivisa anche dall’arcivescovo di Bologna, card. Giacomo Biffi, che nell’omelia della messa del 1° maggio ha affermato: “i popoli del Terzo Mondo non possono essere lasciati in balia del libero mercato, se questo di fatto li porta fatalmente alla miseria e alla disperazione. Il mercato è una istituzione sociale giusta e insopprimibile; ma non è una divinità alla quale tutto deve essere sacrificato”.