GIOVANNI PAOLO II, LA PACE, L’ONU: NOTA SETTIMANALE

Pubblichiamo il testo integrale della nota Sir di questa settimana – E’ evidente: il tema della pace ha costituito la trama profonda degli interventi di Giovanni Paolo II tra Natale e Capodanno. Lui, che era stato protagonista, nel lungo e travagliato 2003, di un magistero incessante e sempre nuovo sulla pace, di fronte al conflitto in Iraq, ma anche di fronte ai tanti, ai troppi conflitti che dalla Terrasanta, all’Afghanistan, all’Africa continuano, più o meno dimenticati, a insanguinare il mondo. Non ultimo quello della regione dei grandi laghi e che ha fatto l’ennesima vittima cristiana, l’arcivescovo Courtney, nunzio apostolico in Burundi.
La parola del Papa sulla pace è sempre nuova perché Giovanni Paolo II parla di pace a partire dalla fede, una fede che non cessa di annunciare e testimoniare in tutti i modi: “proclamare la pace è annunziare Cristo che è la ‘nostra pace'”, ha ripetuto a Capodanno”. Per questo la parola del papa non può essere confusa con quella di chi strumentalmente parla di pace o di taluni pacifisti di professione. Ma proprio per questo il magistero sulla pace del Papa, tanto Giovanni Paolo II, quanto i suoi predecessori del XX secolo, a partire da Benedetto XV, di fronte ai grandi conflitti mondiali, è intransigente.
Lo abbiamo tutti visto in questi mesi. La parola del Papa sulla pace è intransigente proprio perché è fondata sulla roccia della fede e sull’esperienza vissuta della fede. Così non si stanca di parlare, anche quando per molti, anche con le migliori intenzioni, sarebbe più opportuno che tacesse.
In questi mesi possibili scorciatoie unilateraliste, illusioni dottrinarie di sicurezza attraverso un ferreo e sofisticato controllo, che combini deterrente militare e raffinate tecnologie, mettendo in atto un imperialismo “compassionevole”, finiscono col dimostrare tutti i loro limiti, tanto di efficienza, quanto soprattutto di capacità di egemonia intellettuale e morale.
Giovanni Paolo II lo ha scritto nel messaggio per la giornata mondiale, lo ha ripetuto nell’omelia di Capodanno: “occorre perseverare senza cedere alla tentazione della sfiducia”. La testimonianza della fede diventa così indicazione concreta e “politica” nel senso forte: condividere con tutti gli uomini di buona volontà, con le nazioni e gli stati, con le altre religioni, con tutte le istituzioni sociali, il processo di costruzione di “un nuovo ordinamento internazionale”. Con tutti i suoi limiti, ribadisce il Papa, bisogna ripartire dall’esperienza e dai risultati conseguiti dall’Onu, valorizzando l’apporto di tutti: e in prima linea proprio il ruolo dell’unica superpotenza, che per raggiungere questo obiettivo di pace vera ha maggiori possibilità e dunque maggiori responsabilità.