SALUTE: CUAMM, “TROPPE DISUGUAGLIANZE NEL MONDO, MENTRE SI POTREBBE RIDURRE LA MORTALITÀ DEL 63%”

” “Troppe disuguaglianze nel mondo in ambito sanitario: nei Paesi ricchi la speranza di vita per le donne arriva fino agli 80 anni, in Africa fino ai 30/40 anni; il 90% dei 10.800.000 bambini che muoiono prima di raggiungere i cinque anni sono nei Paesi poveri così come il 95% dei circa 40 milioni di malati di Asdic; in Occidente ormai non si muore più di Aids, mentre in Africa ci sono 3 milioni di morti l’anno. Eppure “si stima che se le misure raccomandate fossero applicate ovunque, si otterrebbe una riduzione della mortalità pari al 63%”. Sono le drammatiche cifre fornite oggi a Roma durante la conferenza stampa di presentazione del convegno “La giusta parte per tutti. Disuguaglianze in salute nel mondo”, che il Cuamm Medici con l’Africa organizza a Padova il prossimo 20 novembre. “La maggioranza delle persone muore per malattie evitabili – ha ricordato Gavino Maciocco, presidente del Comitato scientifico del convegno -. Le cause delle disuguaglianze sono dovute alla povertà e alla qualità dei servizi sanitari. Anche all’interno di uno stesso Paese, Italia compresa, vi sono profonde ingiustizie, con persone più ricche che possono accedere ai servizi e altre no. La privatizzazione dei servizi sanitari, che si fa sempre più acuta e più dura nei Paesi poveri, sta inoltre aggravando la situazione”. Gran parte delle responsabilità, ha denunciato Maciocco, sono dovute “al mancato rispetto degli impegni da parte dei Paesi ricchi”: “L’Italia e gli Usa sono i Paesi più avari negli aiuti allo sviluppo, con solo lo 0,15 e lo 0,10% del Pil, anziché lo 0,7% come promesso”. Inoltre, ha aggiunto Maciocco, “è risaputo che l’Italia non riuscirà a versare quest’anno i 100 milioni di dollari per il Fondo globale contro l’Aids”. Sandro Spinsanti, direttore dell’Istituto Giano, ha posto l’accento sull’etica medica: “E’ necessaria una riflessione profonda su come curare e chi curare. Non possiamo curare solo la malattia senza prendere in considerazione la persona nella sua totalità né scegliere di curare solo ‘noi’ e non ‘loro’. Siamo pronti a capire che o ci salviamo tutti o affondiamo tutti?”.