Pubblichiamo la nota Sir di questa settimana – Sarà con tutta probabilità proprio l’Italia a ratificare per prima il Trattato costituzionale europeo. Già: dopo la solenne firma sarà questo il passaggio delicato e decisivo. La grande cerimonia in Campidoglio infatti trova le Istituzioni e gli Stati dell’Unione in una situazione di passaggio complesso, in cui sembra mancare un elemento propulsivo e una forte spinta etico-politica. La vicenda della commissione Barroso in primo luogo dimostra come i rapporti tra le Istituzioni del "triangolo" europeo (Consiglio, Commissione e Parlamento) siano ben lungi dall’avere trovato un punto di equilibrio. Allo spazio guadagnato negli anni scorsi dal Consiglio (e puntualmente riflesso nel Trattato), in particolare nei confronti della Commissione, ha fatto riscontro un tentativo, da parte del Parlamento, di approfittare della "fiducia" per abbozzare, sempre evidentemente nella forma di una "coalizione di opposizioni", un embrione di dialettica politica europea. La controversa candidatura della Turchia ha riproposto la questione dei "confini" dell’Europa e, nella prospettiva di un allargamento indefinito dell’Unione, della costituzione di "nuclei" più omogenei a maggiore integrazione. Infine non pochi temono la prospettiva dei referendum sulla ratifica del Trattato costituzionale, che si terranno in diversi Stati, come possibile catalizzatore, proprio nel voto negativo, del serpeggiante malessere dovuto alla stagnazione economica e al senso di confusione politica e soprattutto etico-politica che si percepisce oggi in Europa. In realtà proprio questi anni complessi sono un momento cruciale: da un duplice punto di vista: la definizione di una nuova architettura istituzionale e il rilancio di un ambizioso deposito di valori. L’inesausto spendersi personalmente del Papa a proposito della necessità di lasciare spazio anche nel Trattato costituzionale alle radici cristiane dell’Europa era un gesto profetico in questa direzione. Indica la sostanza di un impegno da approfondire. C’è tanto bisogno di Europa nel mondo nella misura in cui sappia giocare un ruolo geo-politico di moderazione, ma anche di iniziativa: sappia articolare lo sviluppo della democrazia sul piano sopranazionale, rispettando identità e competenze degli Stati e degli altri livelli istituzionali e nello stesso tempo sappia dare espressione ai grandi valori umani, senza cadere nella tentazione dell’individualismo e del relativismo di vecchia scuola radical-liberale. Su questi traguardi, che implicano necessariamente una forte partnership con gli Stati Uniti e un progressivo coinvolgimento di tanti Paesi, asiatici e africani, vicini dell’Unione, si giocherà il futuro dei prossimi decenni, il futuro di un’agenda della politica mondiale, che oggi ci pare ancora incerto e problematico.