AYAD ANWAR WALI: BIAGI (SETTIMANALE DIOCESI TREVISO), “LA SUA MORTE È LA DENUNCIA DI UN’INFORMAZIONE CHE DECIDE CHI VA SALVATO E CHI NO”

” “La morte di Ayad Anwar Wali “è la denuncia più esplicita di un’informazione spettacolare che ormai decide chi va salvato e chi no” e rappresenta “il senso d’impotenza che viviamo oggi. E’ l’impotenza di chi non è riconosciuto, nei diversi gradi e luoghi della vita pubblica”. Lo scrive Lorenzo Biagi, direttore del settimanale della diocesi di Treviso “La vita del Popolo” che commenta per il Sir la morte dell’imprenditore italo-iracheno ucciso nei giorni scorsi da terroristi in Iraq. “Una storia, che ha del paradossale – scrive Biagi -. Imprenditore, da venti in Italia, a Castelfranco Veneto nel cuore di quel laboratorio delle contraddizioni che è il Nordest del nostro Paese. Laboratorio delle contraddizioni anche per quanto riguarda la condizione degli immigrati. Come Ayad Anwar, appunto. Ayad era un ambasciatore del marchio Nordest in diversi Paesi arabi. Ma nel momento del bisogno per lui, non gli è rimasto che il marchio dell’infame che lavorava per gli interessi dell’Italia e degli Stati Uniti. E così è stato fucilato”. Si tratta, aggiunge, di “una storia che non è entrata nel vortice dell’informazione dominante e per questo è come se non ci fosse stata. Il suo volto non è riuscito ad entrare nella passerella dei volti dell’informazione e della politica spettacolo del nostro Paese. Le due Simone lo hanno oscurato. La sua incerta cittadinanza lo ha relegato nel limbo delle appartenenze. In fondo, Ayad non era di nessuno”. Per Biagi “la storia sbagliata è lo specchio delle nostre contraddizioni è la denuncia più esplicita di un’informazione spettacolare che ormai decide chi va salvato e chi no. E’ la denuncia di una pratica politica – senza distinzioni- che si muove solo per gli effetti immediati che ne ricava”. “Questa storia sbagliata – conclude – lancia un appello che sale dal sommerso di una lotta per il riconoscimento che deciderà il futuro della convivenza in un mondo in cui è sempre più difficile essere chiamati per nome. Perché sei una persona, prima di tutto. Ci sono tanti Ayad che nel nostro tempo desiderano essere riconosciuti. Prima che sia troppo tardi”.