Uno su tre detenuti nelle carceri italiane affermano le statistiche è immigrato, ma chi era il detenuto prima di entrare in carcere? "Uno su tre dei detenuti è vissuto in Italia conoscendo niente o pochissimo la lingua italiana, due su tre non avevano le carte in regola (clandestini e irregolari), uno su due non viveva in condizioni stabili con un nucleo familiare o parentale dato. A lavorare più o meno regolarmente, solo il 26% dei detenuti intervistati": sono alcuni dati della ricerca sugli stranieri in carcere presentata oggi al convegno organizzato a Roma dall’Ispettorato generale dei cappellani dell’Amministrazione penitenziaria. La ricerca ha interessato 6 istituti di pena – "S. Vittore"- Milano; Prato; "Ucciardone" – Palermo; "Le Vallette" – Torino; "Regina Coeli" – Roma; Isili (Sardegna) , nei quali, con la mediazione dei cappellani, è stato somministrato un questionario ai detenuti stranieri i quali, spesso, vivono " una sorta di esclusione sostanziale anche in carcere: due su tre non hanno una condizione penale definitiva (il 40% sono imputati in attesa di giudizio) e non sempre riescono a partecipare alle attività formative e ricreative o a lavorare". In questa situazione di grave emarginazione, proporzionalmente "c’è una religiosità, per così dire, la quota dei praticanti rispetto alla società esterna è 4 volte di più, siano islamici o cristiani". Succede, secondo la ricerca, "che il detenuto straniero scelga da solo il veicolo dell’adattamento e della socializzazione, cioè la religiosità".