” “Quando l’amore si riduce a “evento fatale che ci capita addosso”, quando diventa “solo uno strumento per se stessi” è destinato a finire e il sacramento del matrimonio “si sclerotizza e perde il suo legame con la vicenda stupenda e drammatica, dell’amore umano”. Parola di mons. Franco Giulio Brambilla, docente presso la Facoltà teologica settentrionale, che al convegno Cei di Grosseto, ha analizzato l’esperienza dell’amore, sottolineandone due movimenti. “Il primo ha detto il teologo è quello del desiderio: i due si incontrano perché scoprono un’attrazione che non è solo fisica, ma anche psicologica, e più ancora spirituale. I due si cercano, stanno bene assieme, sentono il bisogno l’uno dell’altra. L’uno entra così nel mondo delle attese, dei sogni, dei progetti, delle speranze dell’altra persona”. Questo primo momento dell’amore è essenziale per la sua nascita ma “se l’amore fosse solo così aggiunge mons. Brambilla -, sfiorirebbe presto, perché si stancherebbe, non saprebbe rinnovare i tratti della sua bellezza, assorbirebbe l’altro nel cerchio del proprio bisogno”. E’ necessario allora l’avvento di un “secondo movimento dell’amore” che è quello dell’incontro. E’ un movimento spiega il teologo – “più complesso e profondo”: “esige un lungo apprendistato, richiede di superare l’idea romantica che l’amore è un evento fatale che ci capita addosso”, comporta una serie di condizioni come “il confronto sereno e costruttivo dei caratteri e delle personalità, l’accettazione dei limiti propri e altrui, lo sforzo di superare le incomprensioni”. In altri termini, l’amore “richiede di diventare vocazione. Per questo il matrimonio è risposta ad una chiamata, quella della vita che viene incontro nell’amore all’altro e chiede di prepararsi a custodirne il tesoro”.