” “”In quaranta anni di lotta è riuscito non solo a mantenere viva la causa palestinese, ma a porla all’attenzione come il primo problema mondiale”. E’ quanto afferma lo storico ed esperto di politica internazionale Romanello Cantini commentando la notizia della morte di Yasser Arafat, a Parigi dove era in cura dal 29 ottobre scorso. “Sull’uomo Arafat dichiara Cantini – è impossibile un giudizio condiviso. Adorato dai palestinesi e odiato dagli israeliani, amato dalle ‘masse’ arabe e sospettato dai loro governi, riconosciuto unico interlocutore dall’Europa e delegittimato e ignorato dagli Stati Uniti” Arafat “ha ora approvato, ora tollerato, ora condannato il terrorismo, ha rifiutato cinque anni fa il massimo delle offerte di pace che potevano venirgli da Israele e che gli erano offerte da Barak ed ha aperto così la via alla mano dura di Sharon” gestendo “il potere in forma personale e autoritaria senza curarsi troppo della divisione dei ruoli e nemmeno delle accuse di corruzione”. E tuttavia “è riuscito non solo a mantenere viva la causa palestinese”, ma “ha fatto di un popolo che cinquanta anni fa era solo qualche centinaio di migliaia di rifugiati una nazione riconosciuta con un suo capo accettato, capace di parlare all’Onu e di trattare a Camp David”. Ora che la sua vicenda si è chiusa, “non si può dimenticare l’Arafat che assiste alla messa di Natale a Betlemme ma neppure si possono dimenticare quei palestinesi cristiani che nello scontro in atto sono quelli che più hanno rischiato e rischiano di trovarsi senza un’accettazione e senza una vera patria da una parte e dall’altra”. “L’idea di una successione dei moderati conclude Cantini – è solo un’ipotesi debole. All’interno di Al Fatah le nuove generazioni sono più attratte dalla strategia della violenza che non dal dialogo. Prendono voce le organizzazioni di Hamas e della Jihad islamica. Sia che queste sigle legate al terrorismo rimangano fuori del nuovo governo, sia che ne entrino a far parte, il dopo Arafat dovrà convincere al percorso della pace più persone di quelle che il vecchio leader si portava fideisticamente dietro”.