"L’impresa e il profitto non si spiegano con la sola economia nemmeno nei loro aspetti economici", perché i "fattori immateriali, relazioni e sociali svolgono un ruolo anche economico di primaria importanza". Lo ha detto mons. Giampaolo Crepaldi, segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, intervenendo oggi al seminario di studio su "Quando l’imprenditore è donna. Generare responsabilità sociale", svoltosi a Roma per iniziativa dell’Ufficio nazionale della Cei per i problemi sociali e il lavoro. "Non esiste nella dottrina sociale della Chiesa – ha ricordato il relatore l’idea di un’economia originariamente cattiva da imbrigliare, come una bestia feroce che va ammansita, con le redini dell’etica. L’economia è già originariamente data dentro un contesto immateriale, sociale, relazionale di tipo non economico con cui interagisce sistemicamente. I costi economici sono sempre costi umani. I costi umani hanno sempre anche una ricaduta economica". Crepaldi si è soffermato in particolare sull’idea dell’impresa come "capitale sociale", che "ha sempre carattere immateriale ed è sempre una ricchezza pubblica, anche quando a produrlo sono imprese a carattere prettamente privato". "L’impresa non è mai l’unica protagonista dei propri successi, né l’unica colpevole dei propri insuccessi", ha spiegato il relatore facendo notare che "l’impresa si nutre di capitale sociale, ma anche produce incessantemente capitale sociale, non solo al proprio interno ma anche nella comunità sociale circostante". Anche il capitale sociale prodotto attorno all’impresa, ha ammonito però Crepaldi, svolge un ruolo essenziale: "Le virtù civiche, la tenuta dei vincoli familiari, i legami di reciprocità nella società civile, la buona amministrazione nelle istituzioni e i vincoli religiosi producono effetti anche economici di notevole entità dentro e fuori l’impresa".