Una "sana laicità" comporta che "sia riconosciuta la dimensione pubblica della libertà religiosa", come antidoto ai fenomeni di "fondamentalismo", "violenza" o "intolleranza". Lo ha detto mons. Giovanni Lajolo, segretario per i Rapporti della Santa Sede con gli Stsati, intervenuto oggi alla Pontificia Università Gregoriana ad una conferenza su questo tema. Citando il recente dibattito sulle "radici cristiane" dell’Europa, l’esponente vaticano ha ricordato che "le religioni costituiscono un importante fattore di coesione fra i membri e la religione cristiana, con il suo universalismo, invita anche all’apertura, al dialogo ed all’armoniosa collaborazione" tra Chiesa e Stato. "Quando la laicità degli Stati – ha ammonito Lajolo è, come deve essere, espressione di vera libertà, favorisce il dialogo e, quindi, la cooperazione trasparente e regolare tra la società civile e quella religiosa, a servizio del bene comune, e contribuisce ad edificare la comunità internazionale sulla partecipazione anziché sull’esclusione, sul rispetto e non sul disprezzo". Nel contesto internazionale attuale, "contrassegnato dall’insorgenza di fondamentalismi religiosi", secondo il rappresentante della Santa Sede "è quanto nmai opportuno rammentare il divieto internazionale di coercizione, di sanzioni penali o di minaccia della forza fisica, per costringere a aderire a credi religiosi o a comunità religiose". Tra i fenomeni in atto, Lajolo ha elencato anche quello della "cristianofobia", un "contraccolpo" della pur necessaria lotta al terrorismo "dove a torto si considera la civiltà occidentale, o certe politiche di Paesi occidentali, come determinate dal cristianesimo, o comunque da esso non disgiungibili"; un fenomeno, questo, che va condannato insieme all’"islamofobia" e all’antisemitismo.