TERRA SANTA: NOTA SETTIMANALE

” “Pubblichiamo il testo della nota Sir di questa settimana – Si aggrava ulteriormente (se mai fosse immaginabile) la spirale degli attentati suicidi e della repressione in Terra Santa, con ulteriore delegittimazione reciproca dei vertici politici. L’impressione è che possibili soluzioni si allontanino sempre più. Eppure proprio ora è il momento di continuare a operare per la pace: “è la riconciliazione ciò di cui la Terra Santa ha bisogno”, aveva detto il Papa al premier palestinese Abu Ala, ricevuto in Vaticano il 12 febbraio scorso. Parole sempre attuali, che ben esprimono un preciso atteggiamento spirituale e diplomatico: operare con realismo, senza però lasciarsi sopraffare dalla realtà. Anche sulla situazione in Iraq la sostanza della posizione della Santa Sede può oggi offrire un orientamento. La guerra unilaterale, ormai è accertato, non ha mai trovato una vera legittimazione: lo dimostra la vicenda delle famose “armi di distruzione di massa”. La leadership americana, anche in conseguenza dell’esperienza irachena, è chiamata a riposizionarsi, a ridefinirsi. Lo dimostra una campagna elettorale che per il presidente Bush si annuncia imprevedibilmente in salita. Proprio la lezione del conflitto, che passa in concreto per lo stillicidio di centinaia di vittime americane e delle altre forze armate presenti nel Paese, impone di rilanciare questa sintesi tra realismo e capacità di progetto e di prospettiva. E’ evidente che oggi le forze presenti sul terreno per avviare il processo di ricostruzione non possono non proseguire il loro compito, peraltro riconosciuto anche in sede di Nazioni Unite. D’altra parte proprio per questo è altrettanto necessario che siano sempre più chiari gli obiettivi di questo processo e nello stesso tempo di riassetto di un’area enorme e strategica, che arriva fino al Kashmir. Troppe sono le incognite, molte le difficoltà. Si scopre allora che tanto nel concreto processo di mantenimento dell’ordine e di ricostruzione immeditata, quanto nel respiro strategico di ripensamento del quadro medio-orientale, c’è ancora molto da fare. Non mancano segnali contraddittori e ambigui. Ma proprio di qui occorre partire anche per definire il ruolo e le prospettive dell’intervento italiano. Sono quasi centocinquanta anni, dai tempi cioè dell’unificazione, avvenuta in tempi rapidissimi e per certi aspetti inopinati, che l’Italia si interroga sul suo rango e sul suo ruolo nello scacchiere internazionale. Troppo smilza per assurgere a grande potenza, anche quando ne aveva le velleità, troppo grande per rincantucciarsi senza iniziativa. Accettare la complessità e farsene carico con realismo, ma anche con capacità critica e propositiva, può essere la via per affermare una presenza e una iniziativa di cui si avverte peraltro un grande bisogno.