RIFORME COSTITUZIONALI: NOTA SIR

 Pubblichiamo la nota Sir di questa settimana. Con 156 sì, 110 voti contrari e un astenuto, il Senato ha approvato in prima lettura la riforma dell’ordinamento della Repubblica. L’iter accelerato del progetto è sembrato procedere soprattutto sulla spinta delle esigenze elettorali della Lega Nord, in ordine alla cosiddetta "devolution". In realtà i fuochi del progetto sono almeno due: oltre alla riforma della riforma del titolo quinto, che ha nuovamente posto la questione dell’unità nazionale, comportando tra l’altro il voto contrario del vicepresidente del Senato in dissenso dal suo gruppo, c’è una rilevante riforma della forma di governo, che passerebbe dal sistema parlamentare ad un regime del primo ministro dai contorni assai poco definiti, di cui si è parlato molto meno.
Diceva Luigi Einaudi, in Assemblea Costituente: la stabilità (dei governi) è "desiderabile se spontanea, ma dannosa se ottenuta per forza di legge, perché la stabilità non esiste oggettivamente, dipendendo da condizioni che stanno al di fuori dei governi, e sono invece insite in quelle forze che hanno condotto alla loro formazione". Anche se l’attuale governo sta per superare tutti i record di durata nella storia della Repubblica e potrebbe addirittura diventare l’unico governo di legislatura nella storia italiana unitaria (fatta salva evidentemente la ventennale esperienza mussoliniana), si propone di introdurre in costituzione una serie di meccanismi che garantiscano prima di tutto il primo ministro rispetto alla sua stessa maggioranza, in forme talmente rigide, che non hanno alcun corrispettivo nelle democrazie avanzate. Così addirittura l’antico "picconatore", con evidente palinodia, ha concluso il suo intervento in Senato con la formula: "torniamo alla Costituzione".
Se guardiamo alle recenti vicende elettorali in Europa un dato emerge con lapalissiana evidenza: gli elettori hanno prima di tutto voglia di alternanza. Questa peraltro si realizza "in negativo", o per l’astensione degli elettori delusi dalla performance che il partito prima votato ha potuto realizzare nel suo passaggio al governo, o con il recupero dei vecchi astenuti da parte dell’opposizione.
E’ allora necessario sottrarre il tema delle riforme costituzionali alle vicende politiche transeunti. "Soprattutto in questa materia – ha detto con sano realismo il presidente della Cei al Consiglio permanente – è necessaria una visione d’insieme, coerente e capace di mostrarsi efficace, vantaggiosa e concretamente praticabile alla prova dei fatti". Pare che il testo sarà emendato, per iniziativa dalla stessa maggioranza di governo,nel passaggio alla Camera. E già questa è una buona notizia, mentre cresce lo scetticismo nei primi commenti degli osservatori politici e dell’opinione pubblica.” ”