Pubblichiamo la nota Sir di questa settimana – Il 30 giugno è sempre più vicino: è la data indicata per l’inizio in Iraq di una amministrazione irachena. Diventa così essenziale il ruolo delle Nazioni Unite, unica istanza legittimata "per aiutare il popolo iracheno a rientrare in possesso della sovranità e costruire uno Stato", come ha detto il segretario generale. È dunque il tempo della politica e della diplomazia, "per ristabilire in Iraq un clima di riconciliazione e di dialogo in vista del recupero della piena sovranità e indipendenza del Paese, in condizioni di sicurezza per tutta la popolazione", come ha detto il "ministro degli Esteri" della Santa Sede, mons. Lajolo il 29 aprile, riproponendo ancora una volta la linea di azione e il magistero della Santa Sede. È il tempo del realismo e della pazienza. È il tempo di mettere la sordina alle semplificazioni: dalle ideologie "neocons" di quei consiglieri della Casa Bianca che avevano immaginato un indirizzo della guerra e ora devono fare precipitosamente retromarcia, alle ideologie pacifiste a senso unico. La carta rappresentata dalle Nazioni Unite è troppo importante anche per i vicini dell’Iraq, che in prospettiva sono a rischio destabilizzazione, se il Paese non avrà un assetto stabile, rischiando di trasformarsi in un "bazar del terrore" secondo il criminale disegno del terrorismo internazionale di matrice islamica, al centro di un’area strategica. È un appuntamento irrinunciabile anche per l’amministrazione americana, a pochi mesi ormai dalle presidenziali di novembre. È un momento delicato per il conflitto sul terreno, e per il fatto che le Nazioni Unite non hanno una forza propria, ma quella che gli Stati le assegnano, in primo luogo proprio la stessa unica superpotenza. Si richiede un passo indietro per taluni e un passo avanti per altri. Ma è anche vero che questa è una finestra di opportunità da non chiudere. Anche perché le notizie dalla Terra Santa continuano ad alternare piccoli barlumi di speranza a irrigidimenti e chiusure. Ogni passo avanti infatti viene immediatamente frenato dalla spirale della violenza e della reazione, dagli interessi ormai consolidati di un "partito della guerra", trasversale e apparentemente egemone. Eppure le ragioni della pace, o quantomeno quelle di un ragionevole percorso per centrare l’obiettivo di un assetto istituzionale della Terra Santa pacificato, sono nelle cose. È tuttavia altrettanto evidente che soltanto un "fattore esterno" può agire da catalizzatore. Ecco il ruolo della "comunità internazionale". Che non è un’espressione vaga, ma è rappresentata dal concerto delle potenze, a partire dalla prima, gli Stati Uniti, e dalle istituzioni. Da fare entrare finalmente in un circolo virtuoso.v