DIPLOMAZIA INTERNAZIONALE: NOTA SETTIMANALE

Pubblichiamo la nota Sir di questa settimana – Si può forse essere (cautamente, come è d’obbligo in diplomazia) ottimisti. L’evoluzione della situazione diplomatica internazionale (mentre quella sul terreno resta assai complessa) può autorizzare a guardare con maggiore fiducia alle prospettive di stabilizzazione dell’Iraq. Anche se da Singapore il segretario alla difesa annunciava una nuova offensiva contro il terrorismo internazionale nel Sud Est asiatico, l’attesa "svolta" da una gestione ideologica a una gestione strategica del dossier iracheno (come parte anche del più ampio tema della lotta al terrorismo internazionale) è stato certificato dal viaggio di Bush in Europa e dalla risoluzione al Consiglio di Sicurezza Onu. Particolarmente significativo, proprio per cogliere i toni complessivi di questo delicato e importantissimo momento, l’incontro che il presidente americano ha fortemente voluto con Giovanni Paolo II. Il Papa ha interpretato molto bene il senso del passaggio in atto in questi giorni. Ha messo in evidenza i grandi valori americani e il decisivo ruolo mondiale degli Stati Uniti. Ha ricordando l'”inequivocabile posizione" della Santa Sede sul dossier iracheno e più in generale sui gradi temi della pace, a partire dalla Terra Santa, fino all’Africa. Non ha taciuto i "deplorevoli eventi" delle torture, ha insistito sulla necessità dell’attiva partecipazione della comunità internazionale e sul ruolo propulsivo del rapporto tra Stati Uniti ed Europa, in ordine alle grandi sfide di questi anni per l’umanità intera. Che questa, del coinvolgimento e della corresponsabilizzazione intorno alla leadership americana di partner forti e autorevoli, sia la strada maestra è da tempo chiaro. Come è chiaro che sull’assetto della regione medio-orientale, cruciale nello sviluppo del sistema delle relazioni internazionali nei prossimi anni, gli Stati Uniti e i principali Paesi europei non possono permettersi alla lunga posizioni troppo divaricate. Pena un indebolimento complessivo dell’Occidente in un frangente assi delicato della storia. L’Atlantico, dunque, è ritornato ad essere uno spazio di molteplici relazioni non solo economiche e di civiltà, ma anche politiche. La partnership atlantica sembra ritornata una relazione biunivoca, sia pure con la consapevolezza del ruolo pivotale degli Stati Uniti. L’Europa, complici alcuni risultati elettorali e l’abbassamento del tasso di propaganda ideologica, è sempre meno classificabile come "vecchia" e "nuova" (in relazione alle politiche neo-cons). Semmai riemergono, tra i Paesi europei, le vecchie gerarchie, i "grandi", i "medi", i "piccoli". In questo senso per l’Italia, e in concreto per tutte le forze politiche, la sfida resta incalzante. E sollecita tutte le forze politiche, sempre sottoposte a un trasversale rischio di "provincialismo".