” “In Italia, domina “una pastorale ancora fondamentalmente clericale”, caratterizzata da una sorta di “emarginazione della vita familiare dalla esperienza pastorale”. Ad affermarlo è Andrea Grillo, docente di teologia dei sacramenti e liturgia presso l’Ateneo Sant’Anselmo di Roma, nell’ultimo numero di “Famiglia oggi” (giugno 2004), dedicato a “Genitori e figli in parrocchia”. Secondo l’autore dell’articolo, “l’unica salvezza della Chiesa è tornare a percepire lo spazio-tempo della parrocchia come non antitetico a (anche se non identico con) lo spazio-tempo della famiglia”. Il “pasto comune”, il rapporto tra tempo del lavoro e tempo del riposo, le “crisi riconciliate”, il divertimento e la veglia: questi, per Grillo, alcuni momenti tipici della vita familiare da rivalutare in chiave pastorale, anche per vivere la Messa domenicale con più “partecipazione”. “Non esiste famiglia senza pasto comune”, annota ad esempio il teologo, e anche il “culmine dell’iniziazione cristiana” si colloca in quella “abitudine al pasto comune” di cui si nutre l’assemblea nel giorno del Signore. Da trasferire in parrocchia, inoltre è anche quella “maturità delle famiglie” che consiste nella “possibilità di equilibrare lavoro e riposo, senza scadere dell’iperattivismo produttivo o nella dispersione depressa dell’inattività a oltranza”. Perfino nei momenti di “crisi” le famiglie hanno “qualcosa da dire e da fare nelle crisi di fede che attraversano la vita delle Chiese”: basta pensare, osserva Grillo, a quella “sapiente esperienza di ferite rimarginate, di parole lasciate cadere e di gesti ripresi e rilanciati, di silenzi capaci di pacificare la logica da sterminio delle parole dure e di parole dolci capaci di riaccendere silenzi duri e mutismi esasperati”.