” “”Ho appreso solo di recente che nel 1947 mio padre ha fatto un viaggio in Africa. In quell’anno sono nata io…”. Martine Mounier Mathieu, con suo marito, ha adottato quattro bambini africani, che, aggiunge, “mi hanno insegnato l’amore per quel Continente”. A raccontare, l’esperienza “a volte difficile” di essere figlia di un filosofo conosciuto e studiato in tutto il mondo è stata l’ultima figlia vivente di Emmanuel Mounier, salutando ieri sera gli oltre 550 partecipanti al Convegno internazionale dedicato dall’Italia al padre del personalismo, che si conclude oggi all’Università Pontificia Salesiana di Roma. Ricevendo un libro d’arte alla memoria del padre, a cura di Osvaldo Rossi, Martine non si è detta “sorpresa” di vedere attorno a sé persone provenienti da un centinaio di nazioni: “Sono cresciuta in una casa frequentata da persone di ogni colore”, ha confessato, e a proposito della sua infanzia in famiglia l’ha definita “molto protetta, circondata di affetto”. “Mia madre ha aggiunto subito dopo mi ha insegnato poi ad ‘uscire fuori’, a frequentare tutti gli ambienti, anche quelli molto diversi e lontani dalla casa dei ‘Muri Bianchi'”. Oggi, Martine Mounier Mathieu è un insegnante di scuola materna in un villaggio della Savoia, e negli occhi dei suoi figli ha raccontato vede un “legame carnale” (che ora è anche il suo) con l’Africa, ma anche un riflesso della sua “figliolanza” con il padre, che ha scritto pagine vibranti su quel Continente. “C’è qualcosa del personalismo nella sua vita ?”, le è stato chiesto. E lei: “È difficile per me parlarne, sono ricordi molti personali, che conservo dentro di me”. L’unico riferimento è alla sua vita di adesso, alla sua storia: “Ho sentito dire in questo convegno, a proposito di pedagogia, che oggi sembra ormai morto un tipo di educazione molto ‘rigido’ o ‘strutturato’. In Francia non è così: il sistema statale di istruzione impone di ‘valutare’ anche i bambini in età prescolare in base alle loro ‘competenze’. Manca per loro la possibilità di crescere davvero ‘liberi’, come auspicava mio padre”.