Un appello a non trattare l’essere umano come "materiale da laboratorio" perché "ridurre l’uomo a questa dimensione sarebbe come fare una mutilazione". A lanciarlo è stato oggi mons. Francesco Folo, capo della delegazione della Santa Sede presso l’Unesco, intervenendo alla Conferenza generale dell’organismo internazionale che proprio quest’anno celebra 60 anni di vita. Nel prendere la parola, mons. Follo ha ricordato che compito della Chiesa è "mettere in campo tutte le nostre risorse affinché la dignità dell’uomo sia vissuta, promossa e rispettata". Per questo la Chiesa guarda con particolare attenzione alla questione bioetica e al "rispetto dell’uomo e della sua dignità intrinseca. E’ impossibile negare che la biologia e la medicina ha detto mons. Follo contribuiscono fortemente a migliorare le condizioni di vita dell’uomo. Ma ci troviamo oggi davanti ad una situazione nuova, in cui l’uomo può e potrà sempre di più mettere in gioco il destino di tutta la sua specie, tentato a trattare l’essere umano come semplice materiale da laboratorio". Questa rincorsa scientifica nasconde però una contraddizione. "Da una parte rileva mons. Follo – l’uomo afferma che vuole guarire e condurre fino alla morte una vita degna della sua umanità, ma dall’altra sappiamo bene che la penuria di medicinali, istallazioni sanitarie e medicamenti priva di questi diritti la grande maggioranza degli abitanti del pianeta". Strettamente legata al problema bioetico è la questione della "verità" che la corrente più "minimalista" della "filosofia recente" tenta di "rimpiazzare" con il "consenso". Ma "la verità ha detto il rappresentante vaticano fa parte di ciò che c’è di più umano in noi perché ci chiede di mettere in gioco la nostra ragione e la nostra volontà, e di essere capaci di vivere secondo ciò che ci insegna la nostra coscienza".