“Non si diventa liberi se non si prende prima coscienza di essere schiavi”. E’ la convinzione di Filippo Curatola, direttore del settimanale diocesano “L’Avvenire di Calabria” (Reggio Calabria-Bova)che in una nota da oggi on line su old.agensir.it punta il dito su “lacci e lacciuoli” che “finiscono con l’offrire alla violenza mafiosa l’humus che le permette di respirare e di imporsi”. Riferendosi all’uccisione di Francesco Fortugno, Curatola definisce “contraddittoria questa nostra Calabria”, caratterizzata da “un assassinio a Locri proprio all’aprirsi lì del Congresso eucaristico diocesano, e a pochi giorni dalla canonizzazione del primo parroco ‘santo’. In prima pagina, insomma, un killer e un santo”. “Saremmo tentati d’istinto – prosegue -, a considerare ‘nostro’ il santo, e ‘corpo estraneo’ il killer. Questa, ci impegniamo a credere, è la vera Calabria: quella di padre Catanoso, della gente onesta, che lavora e sa soffrire in silenzio”; l’altra “la sentiamo come un corpo estraneo”. Per Curatola, invece, “l’una e l’altra” sono, “tragicamente, le due facce dell’unica Calabria che siamo. Fatta di angeli e di belve”. “Spendere ogni volta fiumi di parole con il vecchio ritornello dell’assenza dello Stato – commenta – potrebbe alla fine indurci a considerarci semplicemente vittime. E a impedirci di cogliere aspetti della realtà, che non vanno né taciuti né rimossi”.