“Siamo vittime”, “non solo della politica e dello Stato”, ma anche “di noi stessi. Della nostra storia, di culture locali e di prassi inclini nel contempo all’onestà e ai sotterfugi, alla dignità civile e al silenzio omertoso, alle fatiche del lavoro e ai facili guadagni, al rispetto dell’altro e al piglio arrogante”. Filippo Curatola, direttore del settimanale diocesano “L’Avvenire di Calabria” (Reggio Calabria-Bova), in una riflessione sull’assassinio di Fortugno afferma che “non c’è solo la ‘ndrangheta, con le sue leggi, gli inauditi guadagni, la violenza assassina, i compromessi con i poteri d’ogni risma, le collusioni palesi e occulte”. Ci sono anche “una serie di lacci e laccioli che ci portiamo nel tessuto profondo, che fondano la paura della gente comune e ci impediscono di essere liberi. E, senza volerlo né capirlo, finiscono con l’offrire alla violenza mafiosa l’humus che le permette di respirare e di imporsi”. Per il direttore, solo prendendo coscienza di questo si può imboccare “l’unica strada che conduce all’instaurarsi di una società libera e civile. Che non vive solo di lavoro o di assistenza, ma di mentalità. Una ‘mentalità’ che nasce nelle corsie degli ospedali fin da quando le mamme attendono la venuta al mondo dei loro figli, cresce nelle aule delle scuole e nelle esperienze dei gruppi sociali e religiosi, matura negli ambienti universitari e nei luoghi di lavoro, trasforma nelle case i focolari chiusi in famiglie aperte”.