I missionari sono "gente comune, non sono personaggi famosi non sono idoli e miti, non sono vip, non sono protagonisti, non sono facce da copertina o da televisione. Sono persone, nomi, volti della porta accanto, il figlio di, il fratello di, la sorella di, lo zio di, la zia di, la cugina di, il nipote di". A ricordarlo è Luigi Losa, direttore del settimanale di Monza, "Il Cittadino", nell’editoriale in edicola domani, vigilia della Giornata missionaria mondiale, che si celebra domenica 23 ottobre, sul tema "Missione: pane spezzato per il mondo". L’autore dell’articolo si sofferma sul contrasto tra il successo di reality come "l’isola dei famosi", che attirano milioni di persone, e l’anonimato di quella "isola dei non famosi", verso la quale "da secoli" la gente "lascia davvero tutto quello che ha", e di cui però "se va proprio bene, ci si ricorda al massimo una volta all’anno". I missionari si legge nell’editoriale – sono preti, religiose e religiosi, laici che vogliono "vivere e condividere la povertà, la miseria, la malattia, la mancanza di istruzione, l’ingiustizia, di altra gente che ha avuto la ventura (o la sventura, che spesso non sa nemmeno essere tale) di nascere in una parte del mondo non evoluto, non avanzato, non industrializzato, non ricco, non acculturato. É gente che lascia tutto e parte solo per annunciare, ma soprattutto vivere nella sua radicalità, nella sua interezza, nella sua Verità, il Vangelo di Gesù Cristo". Sono loro, sostiene Losa, "i maggiori esperti di povertà, di effetti della globalizzazione, di fanatismi religiosi, di inculturazione, di flussi migratori, di sviluppo e sottosviluppo", perché "ad un certo punto della loro vita prendono su e partono senza sapere spesso se avranno un tetto dove ripararsi, se avranno da mangiare, se troveranno da dormire. Sono persone che spesso rischiano, e lo sanno perfettamente, anche la vita e talvolta anche la perdono per la guerra, per la violenza che regna sovrana nelle terre sperdute dove si recano".